La possibile pace del papa?

 Uno dei papi… decisamente il papa peggio giudicato della storia fu Alessandro VI (1492-1503), nato Rodrigo Borgia. Peccatore senza alcun dubbio, ma in un’epoca, Umanesimo e Rinascimento, in cui libertinaggio e omicidi erano quotidiani, e anche ideologicamente teorizzati; e fu, lo diciamo incidentalmente, padre, oltre ad altri, di quel Jofrè (Goffredo) che, sposando Sancha d’Aragona, fu principe di Squillace… con pettegolezzi vari. Quanto è piccolo il mondo, anche nel XV e fino al XVII secolo! A proposito, per dirla tutta, nella casata dei Borgia si contano dei santi.

 Ma qui non c’interessa la moralità o meno di Rodrigo, o quella della prole ma Alessandro come uomo politico. Può dirsi, seguito da Giulio II, il creatore dello Stato della Chiesa, senza il quale il cattolicesimo avrebbe fatto la fine delle sette protestanti con “dottori” burocrati al servizio del re o repubblica che sia. Il Machiavelli auspica, o almeno sogna, che suo figlio Cesare, il Valentino, potesse essere l’unificatore dell’Italia, agendo da volpe e da leone.

 Perché parliamo di questo papa di secoli lontani? Perché, appena seppe che Castiglia e Portogallo erano alle corte per le terre delle “Indie Occidentali” (America), appena scoperte, si pose come mediatore, con la bolla Inter caetera, inducendoli al Trattato di Tortedillas del 1494, che stabiliva una “raya”, linea di demarcazione dell’Atlantico. Il Portogallo ottenne, a est della linea, il Brasile, che mantenne fino al 1824; alla Castiglia (poi Spagne, a), l’America che ancora chiamiamo Latina. Quattrocento anni di pace tra due popoli limitanti sempre pronti a farsi la guerra.

 Papa Francesco (nessun paragone) prega per la pace, ma non fa solo questo, come piace raccontare ogni giorno ai giornalisti ecclesiasticamente (sono peggio di quelli politicamente!) corretti. Bergoglio ha detto, molto chiaramente, che la pace, e del resto anche la guerra, si fanno in due; e per fare le trattative bisogna avere spirito non pacifista generico, ma concretamente realistico. Da questo orecchio ci sente poco Putin; ma non ci sentono affatto Zaleski, e con lui USA e quel che rimane dell’Europa (dis)Unita.

 Da che c’è il mondo, e trattative si fanno con atti e linguaggio diplomatico. Pochi ricordano (che smemorati!) che non si parla più di adesione dell’Ucraina alla NATO: un’idea davvero da mentecatti, mettere truppe americane a due passi da Mosca! L’adesione all’UE… beh, per quello che vale!

 Quanto ai confini… beh, nella storia d’Europa dalla caduta dell’Impero Romano d’Occidente (476), niente è stato mai così mutevole come i confini, e la nascita e morte di entità politiche; e gli storiografi si divertono ad elencare a centinaia gli Stati che furono e non sono più; e non pochi hanno i loro nostalgici letterari.

 Faccio un solo esempio per chiudere. Nel 1918, qualcuno s’inventò la Cecoslovacchia, con 13 milioni di abitanti di tutte le più diverse stirpi dell’Europa Centrale. Nel 1938 la più numerosa, quella tedesca, passò al Reich; e la Slovacchia ne approfittò per proclamare l’indipendenza. Malamente rimessa in piedi dai Sovietici nel 1945, la Cecoslovacchia una bella notte tra l’1 e il 2 gennaio 1992 quietamente si dissolse nell’indifferenza generale, e oggi ci sono una Slovacchia e una Repubblica Ceca, ognuna per conto suo. E divertitevi a studiare i confini della Polonia dal 1772 al 1918 al 1939 al 1945.

 Ecco, sui confini si può trattare, carta geografica ed etnica alla mano. Speriamo dunque nell’antichissima abilità della diplomazia pontificia, e che stia già lavorando in modo riservato?

Ulderico Nisticò