È questo il titolo del convegno con cui, venerdì 29 aprile, abbiamo celebrato a Soverato Superiore la festa di san Giuseppe Lavoratore, antica costumanza che rivive. Ora lo raccontiamo per chi non c’era.
La civiltà classica greca ci ha lasciato mirabili esempi di filosofia, letteratura, arte, atletica, guerra; e coraggiosi anche se contraddittori esperimenti politici; e, più raramente, di ricerca scientifica. Come leggete, in questo nobile elenco manca completamente il lavoro. A voler essere pedanti, troviamo qualcosa nel XVIII dell’Iliade; e, quasi solo limitato all’agricoltura, il Poema di Esiodo “Le opere e i giorni”; e qualche cenno indiretto nelle cronache giudiziarie ateniesi e nell’epigrammistica alessandrina. Ma Platone sancisce che nella sua utopica Repubblica il primo ceto è dei filosofi; il secondo dei guerrieri; e solo il terzo dei “tekhnitai”, gli artigiani e operai, incapaci di consapevolezza, meri esecutori. Per non farla lunga, sappiate che la parola greca “kàmatos” significa ugualmente: lavoro stanchezza malattia. C’erano gli schiavi, è vero, ma da quel che ci rimane non mi pare che si ammazzassero di fatica.
Roma ebbe rispetto per l’aristocratico lavoro di Cincinnato e Attilio Regolo: l’agricoltura. Per tutto il resto, manodopera servile o qualificata o generica.
Non prendete proprio alla lettera: anche gli antichi avevano artigiani e commercianti e banchieri e medici e maestri di scuola e altre categorie di lavoratori; ma la percezione che avevano di se stessi era quella di popoli di eroici combattenti e saggi simposiaci. Questa è l’impressione che i moderni ricevono leggendo la letteratura greca e gran parte di quella latina.
È anche per questo, sia detto per inciso, che l’eccelsa civiltà classica ci appare così desolatamente arretrata sotto l’aspetto tecnologico.
Se leggiamo i Santi Vangeli da un punto di vista sociologico, riscontriamo un’ambientazione molto diversa dal mito greco; diremmo oggi piccolo e medio borghese, con rari cenni ad emarginati e indigenti, e quasi assenti all’aristocrazia: né possiamo chiamare tale il ceto dei farisei, o Pilato che è solo un funzionario. Compaiono pastori, contadini, pescatori, mercati, un appaltatore delle imposte, dei cambiavalute, due centurioni, dei proprietari; e frequenti sono i riferimenti al denaro, dalle monetine ai ricchi talenti. È in questo contesto che si colloca la Sacra Famiglia.
San Giuseppe, il padre putativo di Gesù, appartiene a una modesta rispettata famiglia del ceppo di Davide, ed esercita un’arte: la tradizione vuole fosse falegname, e che lo stesso Nostro Signore negli anni del nascondimento abbia lavorato nella sua bottega. Mai avrebbe lavorato un dio greco: l’unico che lo fa, Efesto o Vulcano, è nero e deforme e spettegolato!
Il cristianesimo si diffonde, nei primissimi momenti, tra le comunità ebraiche della diaspora, formate da mercanti e artigiani e banchieri. Passando subito ai “gentili”, penetrò nelle città ellenistiche e romane, e solo molto tempo dopo raggiunse i “pagi”, villaggi delle campagne abitati da “pagani”.
Nel nostro Cassiodoro il lavoro appare in molti momenti: possedeva allevamenti di pesci; e usava tecnologie moderne; “modernus” è una parola da cui creata.
Superati i secoli difficili dell’Alto Medioevo e le ricorrenti (anche oggi!) tentazioni giansenistiche e apocalittiche, l’Europa cristiana dell’anno Mille corre al galoppo verso una prosperità e un benessere protette da valorosi cavalieri (anch’essi tecnologicamente progrediti) e dovute a due forme di lavoro: un’intelligente agricoltura e l’artigianato e i commerci delle rinate città.
Poiché i nuovi lavoratori sono cattolici, occorre loro una nuova etica, e gliela fornisce il pensiero di san Tommaso d’Aquino; desiderano una religione adatta alla loro nuova mentalità, e la Divina Provvidenza invia san Domenico e san Francesco d’Assisi, i cui conventi sono tra le città. E Francesco, che era figlio di un ricco mercante e conosceva bene le esigenze dei suoi pari, offre al popolo lo strumento preziosissimo della lingua italiana.
E ammirate le Storie di san Francesco di Giotto, una vera delizia degli occhi, scene cittadine di onesta e lieta operosità.
Rimasta per qualche tempo quasi perplessa di fronte e al liberismo e al socialismo, la Chiesa si doterà, con l’Enciclica “Rerum novarum” del 1891, di una sua dottrina del lavoro. San Giuseppe Lavoratore ne diviene il simbolo.
Ottima dunque l’iniziativa della Parrocchia dell’Addolorata e di don Giorgio, validamente sostenuta da un attivo Comitato, che ha dato vita a devozione, cultura, giochi, squisita musica, e, grazie alla generosità dei pasticcieri, a deliziose zeppole.
Ulderico Nisticò