La sinistra sognante

Premessa importante, e prego i miei sparuti lettori di prendermi sul serio. La sinistra, dal XVIII secolo, ha esercitato una funzione fondamentale nei rapporti tra ceti e classi della società industriale, costituendo un’alternativa al liberismo sfrenato, e rappresentando i legittimi interessi dei lavoratori subordinati.

Se bastasse, fine dell’articolo. Ma, sempre dal XVIII secolo, la sinistra ha conservato, anzi alimentato in sé il verme tra i fiori dell’utopia, quell’insieme di sogni (e di teorie tenute assieme a spilli), che, tragicamente, qualche volta si realizza pure, e produce disastri.

Da questo, la ghigliottina di Robespierre a ciclo continuo; la Comune di Parigi; i massacri comunisti in Russia, Cina eccetera… E lo so bene che la storia è zeppa di massacri di ogni genere, e, fra i tanti, ve ne voglio ricordare uno recente, quando la NATO bombardò la Serbia con armi atomiche “impoverite”. A proposito, presidente del Consiglio era D’Alema, di un governo con Mattarella ministro. Così, tanto per massacrare; e non si dica che mi scordo della Guerra d’Etiopia e roba simile; e di terrorismi vari.

Oggi, in Italia, la sinistra non insegue sogni rivoluzionari e sanguinosi; ma non ha rinunciato alle utopie, e, in mancanza di operai, va in cerca di “emarginati”. Lo faceva ai tempi dei Miserabili di Hugo; e di tutti quei “socialisti utopisti!” che Carlo Marx, di solito serioso e pesante, si svagava a deridere. Gli emarginati, Marx li chiamava “sottoproletariato”, cioè un miscuglio di ogni genere, in cui si può trovare il dissociato come il barone fallito come il rammollito in cerca di infantile felicità… Osservava giustamente Marx che il sottoproletariato non è una classe (io preciso, non è un ceto), e perciò è soggettivamente confuso, e oggettivamente nemico del proletariato. Può fare umanamente pena, ma non può essere preso sul serio; e, quel che conta, non è politicamente affidabile; e cambia partito e voti secondo gli umori e le mode. Domenica delle Palme e Venerdì di Passione, la folla di Gerusalemme era esattamente la stessa.

Facciamo un esempio chiarissimo: se (lo dico per scherzo!) domani concedessimo il voto ai milioni di clandestini che vagano per l’Italia, gli effetti elettorali sarebbero di due tipi:

– il clandestino senz’arte né parte voterebbe per chi gli paga la cena;
– l’assimilato ex clandestino voterebbe, molto coscienziosamente, per chi meglio ritenga.
Rinuncio a citare altri casi sotto gli occhi di tutti, se no pare brutto.

Conclusione: serve una sinistra che torni ad essere marxiana, individuando i proletari, cioè lavoratori, e smettendola di puntare sugli emarginati; o, come dicono altri, periferie. Serve, una sinistra, lo dico sul serio. Purché non vada al potere con utopie, o fa la fine del Fronte Popolare francese del 1936, buttato giù nel ’38 non da una bieca congiura di marchesi, ma da ondate di scioperi operai!
Le utopie sono belle e necessarie: ma a patto di ricordarsi che sono utopie.

Anche la giustizia sociale è una bella cosa, ma consiste nel distribuire quello che c’è, non nello spartire in parti uguali un piatto contenente il nulla.
Corollario del giugno 2019. Di fronte al disastro utopistico, aggravato dal vizio della tecnocrazia tipo Prodi o Monti, ha ragione Zingaretti ad essere contento se perde poco! Mi ricorda una vecchissima barzelletta ambientata in Cina, ma ve la posso raccontare solo in privato.

Ulderico Nisticò

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.