La solennità dell’io lirico in “La più amata” di Teresa Ciabatti

Candidato al LXXI Premio Strega, “La più amata”, edito da Mondadori, è la storia di Teresa Ciabatti, autrice e insieme protagonista del romanzo. Una quarantaquattrenne che cerca di spiegarsi perché a metà percorso della sua esistenza si senta così fragile e incompiuta. La protagonista torna con la mente alla sua infanzia e ripercorre le tappe fondamentali della sua esistenza. Con una penna che sembra riprendere i tratti di quella che Svevo utilizza nella “Coscienza”, Ciabatti descrive una intricata vicenda familiare tutta filtrata attraverso il suo personalissimo punto di vista. Ecco che la storia del padre, Lorenzo Ciabatti detto il Professore, e quella della madre, Francesca Fabiani -anche quella parte di storia cui Teresa non è potuta essere testimone poiché ancora non era nata- vengono narrate come se la protagonista ne fosse stata da sempre testimone, riducendo la vita dei genitori a un’esistenza schiacciata dalla solennità dell’io lirico.

Un io lirico bugiardo, megalomane, a tratti schizofrenico. Un io lirico che inganna il lettore, cerca di depistarlo per portarlo il più lontano possibile dalla verità. Un io lirico che racconta in maniera frettolosa e vaga episodi cardine della vita familiare, fondamentali per risalire alla verità dei fatti narrati, mentre descrive lungo intere pagine episodi irrilevanti e poco costruttivi per l’economia complessiva del romanzo. Un io lirico che subisce dei forti traumi nel periodo infantile e preadolescenziale. Un padre silenzioso, despota e anaffettivo. Una madre silenziosa, insicura e depressa. Un fratello silenzioso, obbediente e solitario. Domina il silenzio all’interno della famiglia Ciabatti. Ecco che Teresa lo riempie in 218 pagine di racconto senza lasciare tregua al lettore. Aleggia sulla narrazione finanche l’immagine di uno stupro del Professore su Teresa e del Professore che intrattiene relazioni extraconiugali e omosessuali.

Un io lirico che, pagina dopo pagina, sa farsi conoscere e capire dal lettore, il quale inizierà a barcamenarsi tra le tante parole false e quelle poche reali. Eppure chi legge finirà sempre per parteggiare per lei, per la piccola e indifesa Teresa schiacciata dal peso di un padre complesso e misterioso e di una madre fragile e assente. Teresa scrive, descrive, poi cancella, riscrive e inventa una vita trascorsa all’interno di quella società alto borghese anni novanta che sembra annoiarsi e quasi svuotarsi dietro alle ricchezze più sfrenate. L’intero racconto è un puzzle di ricordi. E ogni ricordo ritorna nel corso del romanzo in una maniera rivisitata rispetto alla precedente.

Grazie all’aggiunta di particolari che di volta in volta vanno a riempire i buchi della memoria, il lettore sarà in grado di ricostruire l’intricata vicenda della famiglia Ciabatti. La narrazione è agile, a tratti nervosa tanto da rispecchiare il linguaggio parlato di un’adolescente del centro Italia che, attraverso modi di dire, parolacce e una  serie di intercalari dà vita ad una personale forma di routine per punteggiare il discorso stesso.
Ciabatti crea delle descrizioni che corrono veloci di pagina in pagina, spingendo chi legge a cercare all’interno del capitolo successivo un qualche dettaglio omesso nel capitolo precedente. Intrighi, soldi, potere, tradimenti, colpi di stato, politica, mafia, pistole, pellicce, massoneria, possedimenti, rapimenti, morti. Riuscirà Teresa a scoprire il segreto che si nasconde dentro la sua famiglia?
Attenzione: anche nel finale l’io lirico gioca uno scherzo al lettore.

Floriana Ciccaglioni

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