La soluzione austroungarica in Catalogna

Questa volta, i risultati elettorali sono senza dubbio legali; vero, ma non sono per niente chiari, se gli indipendentisti sono sì maggioranza, ma molto risicata, e solo se, con grande buona volontà, metteranno assieme più partiti; mentre è maggioritario il partito unionista. Diciamo che siamo al 50/50; e in tali condizioni nessuno può dichiararsi vincitore, e trionfatore tanto meno. La sola cosa certa è la sconfitta epocale di Rajoy.

È però un evidente dato politico che Barcellona e la Catalogna avvertono l’esigenza di un nuovo assetto istituzionale rispetto all’attuale. Ciò non significa necessariamente un’indipendenza nel senso più ovvio, cioè la nascita di uno Stato catalano dello stesso rango di Italia o Francia o Danimarca. Del resto, la storia, e anche la realtà, offrono diversi esempi di istituzioni più variegate.
Proprio a proposito di Danimarca, di questo piccolo Regno fa parte l’immensa e spopolata Groenlandia, i cui pochi abitanti votarono no all’Europa, e non ne fanno parte; e anche le lontane isole Far Oer, pure Contea della Danimarca, godono di larghissime autonomie. Il Regno Unito sta quasi tornando a prima del 1714, ed è vicino a trasformarsi in una confederazione di Inghilterra, Galles, Scozia e Ulster: salvo sempre incombenti sviluppi. La stessa Spagna, rigorosamente unitaria dai Borbone a Franco, ha concesso ampie autonomie a diverse regioni. E persino la Francia, inventrice della “Nation une et indivisible”, riconosce da un po’ le identità locali, e in particolare quella della Corsica. Ci sono dunque forme intermedie di istituzioni, tra il centralismo e la piena indipendenza.

Indipendenza che in fondo nessuno vuole, in Catalogna, e che già pesa moltissimo sull’economia e sulla voce principale di soldi: il turismo. Vediamo che si può fare.
Dopo il Congresso di Vienna, l’Ungheria si trovò di fatto soggetta all’Austria (cui era legata dal XVI secolo, ma in forme blande), mentre il patriottismo romantico la incitava a riscoprire la nazionalità, a cominciare dalla lingua. Nel 1848, un vero esercito ungherese stava minacciando la stessa Vienna, e a stento venne fermato dai Croati e infine da un brutale intervento russo. La rivolta covò negli animi, tanto più che l’Austria veniva sconfitta nel 1859 da Francia e Piemonte, e nel 1866 da Prussia e Italia (beh, diciamo così!). Si giunse a una reale e concreta minaccia di guerra, che, per evidenti ragioni di geopolitica, avrebbe infiammato l’intera Europa.

Si dovette alla saggezza dell’imperatore Francesco Giuseppe (1849-1916), di sua moglie Elisabetta e del conte ungherese Gyula Andrássy, se il conflitto si risolse nel migliore dei modi possibili (Compromesso del Leithe): Francesco Giuseppe restò imperatore d’Austria, ma divenne anche effettivamente re apostolico d’Ungheria; i due Stati, chiamati per brevità Impero Austroungarico, mantennero affari comuni (imperialregi), e intese comuni (imperiali e regi), e si comportavano in tutto il resto come indipendenti. Un assetto complicato e delicato, senza dubbio, ma che salvò la pace e resse fino al 1918, cadendo per tutt’altre ragioni.
Ci vorrebbe qualcosa del genere, a parte che Felipe VI e Rajoy e Puigdemont non sono nemmeno le scarpe di Francesco Giuseppe ed Elisabetta e Andrássy. Il vero problema politico è che, a netta differenza degli Ungheresi del 1867, gli indipendentisti catalani sono, o dicono di essere repubblicani.
Quel che peggio, sono, per antica eredità, nemici dei Borbone, di cui la Catalogna non riconobbe i diritti nel 1700, ai tempi di un altro Filippo, il V; e si schierò per gli Asburgo, venendo repressa a mano armata nel 1714.

Né possiamo dimenticare che anche durante la Guerra civile 1936-9, Barcellona fu con la Repubblica contro Franco. Subì anche bombardamenti dall’aviazione franchista, che era in realtà solo italiana con qualche aereo tedesco.
In queste condizioni, non è facile nemmeno la soluzione di una duplice monarchia. Lascio ai genealogisti l’arduo compito di quale titolo sceglierebbero per Felipe VI di (ex)Spagna se dovesse divenire anche sovrano indipendente della Catalogna: a rigore, si dovrebbe limitare a conte di Barcellona, come s’intitolavano i re d’Aragona insieme ad altre tre righe di titoli.
Il punto vero è che i Catalani dovrebbero fare come gli antichi Ungheresi, e dimenticare: e ne avevano, da ricordare, se nel 1849 i Russi alleati dell’Austria misero a morte molti nobili e ufficiali; e i Cosacchi si divertirono a frustare in pubblico le loro donne! Ma se ci diamo ai ricordi storici, beh, dopo il 1282 Ruggero di Lauria attaccò il castello di Squillace con i peggiori tagliagole e saccheggiatori catalani, gli almogàveri; però, 1200 anni prima, i Romani furono pesantissimi nella conquista della Spagna…

E anche Crotone nel 510 aC distrusse Sibari. E per solo elencare tutte le guerre esterne e civili d’Europa da quando ne conosciamo la storia, servirebbe una Treccani! Che facciamo, una guerra continua, a parte che gli alleati di oggi erano nemici di ieri e viceversa? Viene il momento di mettere una bella pietra sopra al passato, e lasciarlo agli storici, al cinema e al teatro.
E anche la repubblica catalana, può sempre restare un’aspirazione platonica da rinviare a d.d.d.

Ulderico Nisticò

 

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