Con la chiusura della Porta Santa, si avvia a chiusura anche il Giubileo della Speranza; ufficialmente, il 6 gennaio.
Mi viene a mente un curioso caso occorsomi… ma tranquilli, è Natale e siamo tutti più buoni, persino io, perciò non dirò nomi e date e luoghi.
Dico solo che il testo che leggerete ha avuto un modestissimo esito e persino anonimo, e per colpa di tanti tranne che dell’autore, il quale sono io; e ritengo opportuno che non vada perduto. Eccolo.
LA SPERANZA E I TALENTI
Le parole elpìs dei Greci e spes dei Latini significavano soltanto attesa di qualcosa, come rimane ancora nell’espressione spes vitae,
e secondo la volontà cieca di una dea Moira,
il cui nome s’intendeva una divinità che assegnasse a ciascuno la parte per durata e qualità dell’esistenza.
Ben diversa e più alta e più umana è la Parola del Vangelo, in cui all’Unico Vero Dio si riconoscono anche i doni delle Virtù Teologali:
la Fede e la Carità, e con esse la Speranza.
La Speranza cristiana, non più neutra aspettativa, diviene così piena e amorosa fiducia in un Dio che è Provvidenza, e che fa sì, canta Dante, che
“non pur le nature provvedute
sono in la mente che in sé e perfetta,
ma esse insieme con la lor salute”,
cioè capacità di conservarsi e salvarsi.
Questo nuovo concetto di Speranza non più solo attesa e come rapporto con Dio, libera il cristiano da ogni fatalismo, e dal vizio morale della rassegnazione;
e vede nella Speranza sì il bisogno dell’aiuto divino,
ma anche la capacità degli esseri umani di affrontare e superare le difficoltà della vita;
capacità infusa da Dio.
Così insegna la Parabola dei Talenti: il servo che ebbe tre talenti, con il lavoro li fece divenire sei; quello di due, quattro: ed entrambi ebbero un premio;
quello che ne ebbe uno solo e non ne fece uso, venne punito.
Ecco dunque che a ciascuno la Provvidenza concede delle qualità, e con esse l’obbligo di metterle al servizio della famiglia, del luogo, del corpo sociale di appartenenza, della comunità, del mondo, ciascuno secondo il proprio stato.
Dalla Speranza nessuno è escluso, secondo il suo impegno,
non escluso per età per condizioni per istruzione.
Ma Speranza del mondo sono i giovani.
Ed è insegnamento ai giovani, che sono la Speranza della comunità in cui nascono e vivono, e di cui la comunità si deve prendere ogni cura per farli crescere e divenire a pieno titolo partecipi dell’impegno e della gioia di vivere.
La Speranza è, infatti, anche questo, è respingere ogni deprimente pessimismo, e amare il mondo, opera di Dio, saperlo conoscere e rispettare e migliorare, facendo ciascuno quello che sa e con la mente e con le mani.
Ai loro educatori spetta il dovere di assegnare le parti non come la cieca dea ma con accortezza di conoscerne le qualità ed esaltarle, ponendo loro mete possibili da raggiungere, e infondendo perciò coraggio ed entusiasmo e quelle virtù cardinali che sono Prudenza, Giustizia, Fortezza, Temperanza; le virtù umane di cui la Speranza è il coronamento teologale.
Ulderico Nisticò