La vendetta di Aldo Moro a 40 anni dal suo sequestro, riflessione di Salvatore Mongiardo.

L’Università delle Generazioni, nell’imminenza del quarantesimo anniversario del sequestro di Aldo Moro (Via Fani – Roma 16 marzo 1978), dei 55 giorni di prigionia e del suo martirio (09 maggio 1978), intende sottoporre all’attenzione dei gentili lettori di www.soveratoweb.com la seguente breve ma efficace riflessione del filosofo di Soverato (CZ) Salvatore Mongiardo, scolarca della Nuova Scuola Pitagorica di Crotone. Un pensiero ed un omaggio devoto al grande statista, alla sua famiglia e ai suoi amici, nonché alle vittime della sua scorta, alle loro famiglie, ai loro amici e paesi di nascita o residenza.

LA VENDETTA DI ALDO MORO

Premetto che io non ho votato nelle elezioni politiche 2018, attenendomi alla massima che la vita è come una gara alla quale il filosofo – tale mi sento e così mi chiamano – guarda, ma non partecipa.Ora tutti danno la colpa a Renzi per la sconfitta del PD, ma io ho un’altra spiegazione. Ricordo il 9 maggio 1978, quando a Londra, dove mi trovavo, uscirono in edizione straordinaria i giornali con l’annuncio di Moro, trovato morto. Egli era stato l’ideatore del compromesso storico tra DC e PCI, colui che parlò di convergenze parallele, comprendendo l’impossibilità di convertire i comunisti italiani all’alleanza atlantica, alla rinuncia alla lotta di classe e alla sottomissione a Mosca. La zavorra che impediva quel cambiamento, a me sembra che fosse il numero immenso di vittime fatte dal comunismo in mezzo mondo. Vittime di cui i dirigenti comunisti italiani, da Togliatti a Berlinguer a Bersani e D’Alema, erano ben a conoscenza, ma di cui non parlavano, preferendo discutere di tutt’altre faccende.

Moro era pugliese, e come tale aveva l’acutezza mentale di un magnogreco, unita all’astuzia dei pugliesi, che in quella sono imbattibili. Perciò immagino che, forse inconsciamente, Moro andò verso la morte come ultima mossa per sconfiggere il PCI. Moro fece in qualche modo un sacrificio politico della sua vita, simile a quello di Cristo, al quale certamente egli credeva.

Con la caduta del Muro di Berlino nel 1989, tutti i partiti comunisti europei furono spazzati via, con eccezione di quello italiano, che diventò quercia, ulivo… fino a definirsi ora democratico, anche se era nato sulla dittatura unica del proletariato.
I nipotini di Stalin pensavano di averla fatta franca, ma dall’oltretomba Moro aspettava la meritata vendetta: alla fine era l’unico che aveva pagato con la vita.
E venne il tempo che l’astuzia eroica del pugliese Moro si unì, per vie sconosciute o provvidenziali, alla spregiudicatezza del fiorentino democristiano Renzi. Il compito che lo attendeva era immane: distruggere un partito agguerrito e organizzato che nel frattempo si era trasformato in partito del buon governo, delle città ben amministrate, di amico dell’Unione Europea…

Renzi certamente è convinto di aver agito di sua iniziativa, e non sa che invece Moro e Machiavelli lo guidano per distruggere il PD e vendicare Moro. E ci è quasi riuscito, manca solo qualche colpetto che il buon Matteo, guidato da quei due grandi spiriti, non mancherà di assestare.

Quando il PD sarà finito, se Renzi andrà a Torrita Tiberina a visitare la tomba di Moro, forse sentirà le fronde mormorare al vento: Grazie, Matteo, hai compiuto qualcosa di umanamente impossibile!

Salvatore Mongiardo – Soverato di Calabria

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