L’anacronistico mondo del prete bello

Vorrei fare alcune considerazioni sul libro Le donne del prete bello di Bruno Tozzo, Falco Editore, 2019, (pagg. 197 euro 13,00): sull’Autore, sul protagonista del romanzo, don Francesco, e su una potenziale trasposizione cine televisiva dell’opera.
Colpisce la naturalezza, la disinvoltura, la spontaneità, direi quasi il pudore, con cui l’Autore ha il coraggio di trattare temi così forti, trasgressivi, immorali, considerati tabù come il sacerdozio e il celibato connessi alla sfera sessuale. Colpiscono il ritmo incalzante della narrazione, le sorprese, i colpi di scena che ci riserva fino alle ultime pagine; l’abilità dell’Autore a mantenere un costante equilibrio nell’evitare parole di sommaria condanna o di sommaria assoluzione verso il suo personaggio principale.

In merito al protagonista, colpisce la sua fragilità che si esprime essenzialmente nell’incapacità di prendere decisioni definitive (rassegnare le dimissioni). Fragilità che gli deriva dal fatto che sin dall’infanzia qualcun altro ha deciso per lui il suo destino, in particolare il priore e la madre, Maria Rosa. Francesco cresce in un ambiente al femminile, circondato dall’attenzione smisurata della sorella Assuntina, e con un destino annunciato dalla zingara Esmeralda. La galleria delle donne quindi non è solo composta da “amanti” ma anche da figure femminili familiari che segneranno la sua educazione sentimentale per sempre. In contrapposizione, e come forma di compensazione alla fragilità, c’è la sacralità del protagonista che non si esprime tanto nel “compiere il servizio sacerdotale” (del resto discutibilissimo, ambiguo, incoerente, impenitente), quanto nell’altruismo e nella disponibilità ad aiutare il prossimo. Né va sottovalutato il fatto che quelle narrate sono tutte storie d’amore, delicate, intense, come se tutto quello che don Francesco tocca diventasse amore. Quindi non sono storie di sesso mordi e fuggi, ma vissute nella gioia luminosa e nel senso oscuro del peccato.

Ricordo che il cinema ha trattato l’argomento con il film Il prete bello (1989) di Carlo Mazzacurati dal libro di Goffredo Parise ambientato nella provincia veneta degli anni Trenta. Proprio in virtù dell’ampio orizzonte storico, il romanzo di Tozzo sarebbe più adatto per una trasposizione televisiva anziché cinematografica. Il libro, infatti, non si concentra su un determinato episodio di breve durata temporale, ma rievoca episodi di tutta una vita attraverso la tecnica del flashback. A mio avviso si presta meglio per una miniserie tv in due puntate da cento minuti ciascuna.

Nella prima puntata farei vedere l’insorgere in Francesco del lacerante conflitto interiore dovuto al rimorso e al senso di colpa che lo assale tutte le volte che ha una relazione con una donna. Nella seconda parte mostrerei la degenerazione psicologica di questa situazione insostenibile, schizofrenica, irrisolta, eternamente rinviata, fino alla consapevolezza dell’ipersessualità e della dipendenza dal sesso, che nei momenti più acuti sfiora la perversione patologica. Racconta don Francesco a pag. 135: “Nonostante il ricordo traumatico della morte di Graziella, non riuscivo a dominare i miei istinti sessuali”. (Il sessuologo a pag. 136 esclude però che ci sia una malattia).
Infine, la lunga confessione laica che rappresenta il momento della riabilitazione del protagonista, lo svuotamento di un’esistenza, la liberazione dal mostro interiore e da un coacervo tortuoso di piacere e di sofferenza che lo ha imprigionato per una vita intera.

Don Francesco è dunque un eroe “al negativo” del nostro tempo. Il suo conflitto è interiore, sofferto, “autentico”, ma la crisi spirituale che si trascina dietro per tutta la vita appare piuttosto come specchio di una crisi più profonda nel rapporto tra l’individuo e la società (o tra natura e cultura). Un disagio esistenziale verso un apparato dogmatico, un sistema di valori di riferimento ideologico e religioso ormai deteriorato, sclerotizzato, usurato, inadeguato e che ha fatto il suo tempo, e i suoi danni. Ritroviamo la crisi del protagonista in tutte le fasi storiche da lui vissute (dal fascismo alla guerra, dal dopoguerra al boom economico, dalle lotte sindacali alla lotta alla mafia). Un personaggio che possiamo definire “pirandelliano” per il suo essere in bilico tra vita e finzione e in un rapporto irrisolto con un mondo di principi e di dogmi ormai anacronistico.

Presentazione presso Palazzo Chimirri , Serra San Bruno, il 04/08/2019 ore 18.00

Maurizio Paparazzo