L’avvocato Maria Claudia Conidi affronta l’argomento dei testimoni e dei collaboratori di giustizia

E’ arrivato il momento in cui è necessario che chi di dovere prenda consapevolezza della situazione in cui versa l’intera popolazione dei collaboratori e dei testimoni di Giustizia, compresi i loro familiari e parenti sotto protezione, ormai ridotti a vivere al di sotto del minimo pensionabile-
Accade infatti che a causa di nuclei protetti separati per motivi vari, i componenti vivano di misere 300 euro mensili, con le quali devono pur pagare i farmaci e quanto serve loro per campare-
Capita altresì che debbano affrontare le spese sanitarie pur riconosciute dalla legge, ma evidentemente a volte disattese per cause non meglio specificate, al di là del laconico “non dovuto” ,trattandosi sempre di ragioni afferenti la salvaguardia del bene massimo tutelabile e garantito dalla nostra costituzione, qual è la salute.
E’ il caso della testimone di giustizia Franzè Francesca, per la quale il marito Grasso Giuseppe.è stato costretto a ricorrere a un prestito personale in danaro pari a 100.00,00 Euro per farla operare al cervello e poi farla seguire da personale sanitario di fiducia –

I Grasso,poi,sono stati penalizzati economicamente anche in ragione dell’adempimento dei loro doveri specifici, allorquando ,recatisi presso la sede competente ad ascoltarli in forza della loro attività di delazione testimoniale, hanno dovuto oltretutto sobbarcarsi le spese di trasferta e il mancato versamento dei contributi loro spettanti quali testimoni sotto protezione, per tutto il periodo resosi necessario ai fini della loro verbalizzazione da parte del magistrato distrettuale antimafia.

Succede anche che soggetti ammessi a programma di protezione restino per mesi senza contributo o peggio, senza che non siano spostati di residenza, in località protetta, come è accaduto e sta accadendo per la sorella del Sig. Canale Simone, la quale pur ammessa a protezione perché fortemente a rischio, è rimasta in terra d’origine in attesa non si sa bene ancora di cosa-
Per non parlare di chi perde il programma per fatti poi rivelatisi insussistenti sotto il profilo penale, ma per i quali lo Stato, forse per paura che accada loro qualcosa per la mancata protezione e dunque succeda l’irreparabile, continua a pagare loro l’affitto dell’immobile che occupava quando era sotto programma(come nel caso di Polito Eugenio William, testimone del Vibonese)-

Per non parlare delle “trattenute” sul contributo mensile da molti, troppi ormai, riferite, e di volta in volta giustificate da presunti debiti per danni arrecati alle strutture da loro abitate anche in passato o a trasferimenti da un luogo all’altro pur a carico del Ministero dell’Interno, quando ciò accade per motivi di sicurezza. Motivi tutti non di certo accertabili e monitorabili per “ovvie ragioni di sicurezza”-

E’ un sistema alquanto deficitario, non monitorabile da parte degli Avvocati ai quali con nota a firma del Direttore p.t. del SCP ,è stato inibito di poter contattare il Ministero se non per posta raccomandata, a spese del difensore ,che si potrà eventualmente aspettare una risposta dopo mesi , se tutto va bene, tramite NOP della Regione Calabria.
E che dire dei bambini contesi tra genitori separati ,uno solo dei quali sta sotto protezione??
Davvero raccapriccianti risvolti che travalicano i limiti della legalità e della decenza, quando appaiono negati gli elementari diritti dei bimbi a crescere serenamente e a poter vivere senza lo scudo del ricatto di chi fa finta di volerli tutelare ,ma che in realtà li sfrutta per disincentivare una collaborazione non gradita- e così facendo accade che bambini a forte rischio di vendetta trasversale restino per mesi senza protezione-

Insomma non ci stanno più interlocutori, se non le Procure che a fronte di mille note a firma del difensore depositate nell’interesse del pentito o testimone di turno, non risponde se non scrivendo “visto, agli atti” o lo fa solo tramite pec, quando e se trova il tempo di farlo, visti i mille impegni giudiziari.
Tutto a beneficio dei colleghi del Foro di Roma capitale che meglio di altri possono raggiungere la sede romana in Via dell’Arte n. 90 ,per poter avere delucidazioni sui loro assistiti in tempo reale, con ovvie ripercussioni sul loro lavoro più efficace, almeno così dovrebbe presumersi, di quello apprestato dai professionisti “fuori zona.”

Non sono più voci isolate, ma è diventato un coro ,quello di persone “protette”, ma lasciate in balia di una situazione non più monitorabile, né gestibile, evidentemente ormai un po’ troppe per uno Stato che è in deficit su tutto e per il quale l’Istituto della collaborazione con la giustizia è divenuto un lusso che non può più permettersi ,se non a discapito di chi deve soggiacere a regole ormai carenti della vera ”legalità”.
Molte situazioni sono state denunciate a chi di competenza, ma l’andazzo è rimasto quello, anzi se possibile ,si versa in una situazione sempre più infelice, in cui il lavoro è diventato sempre più difficile e ostico.

Spero possiate pubblicare questo ”sfogo” a tutela di un mondo di cui pur continua ad avvalersi la Magistratura, ma che appare sempre più maltrattato e mal gestito, per carenze evidenti e comunque ormai non più accettabili-
Tanto ho scritto per dovere di mandato di chi ha riposto in me la sua fiducia-

Catanzaro lì 13/8/2018
Avv. M. Claudia Conidi

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