Le conseguenze del delitto Gentile e l’affermarsi di un mondo senza valori

12177825Sono trascorsi solamente pochi giorni da quella nefasta sera di sabato, in cui due vite si sono inesorabilmente consumate: una materialmente, l’altra moralmente. Due ragazzi, Nicolas e Marco, 19 e 18 anni: un solo anno di differenza, ma in comune due vite travagliate forse già in partenza. E quella maledetta sera, quando è stato consumato incredibilmente nel cuore della città di Catanzaro, nei pressi dei giardinetti di San Leonardo, un delitto di un’atrocità senza precedenti nel capoluogo di regione, per di più con protagonisti due giovani, a molti è crollato un mondo addosso. Un mondo di certezze, che fino a quel momento magari vacillavano, ma a stento tuttavia si reggevano ancora in piedi. Le certezze che la città, nonostante i suoi numerosi difetti, fosse comunque tra le più tranquille della regione e dell’intero meridione, che i giovani forse potranno essere la nostra unica speranza per il futuro, che in fondo la crisi, economica e di valori, si possa superare soltanto con la comprensione e la collaborazione. È bastato un attimo, un impeto d’ira, e tutto è parso scomparire come fumo nel cielo. “Un antico delitto”, hanno detto alcuni, “è ritornato: Caino ha ucciso di nuovo Abele”. Altri sono semplicemente inorriditi. Si sentono poi ancora delle persone che vanno dicendo che “si può stare solo in silenzio di fronte a ciò che è successo sabato sera a Catanzaro”. Ebbene, questo potrebbe accadere nel momento in cui alla parola “silenzio” si associno il rispetto e il tacito supporto per chi ha subito una tale disgrazia. Ma un silenzio che, al contrario, è accostato a indifferenza, noncuranza, lassismo e ignoranza sprezzante dell’accaduto, non può essere tollerato. Quando, in base ai resoconti di inquietanti testimonianze oculari, si vede un ragazzo di 18 anni, nel cuore della giovinezza e della vita, gridare “voglio morire” perché è talmente atroce la sofferenza inflittagli a causa di crudeli pugnalate al petto e alla gola, non si può stare in silenzio. Quando si ascolta da altrettante persone, in preda al panico, che l’uccisore è un ragazzo di 19 anni, che non ha considerato affatto la minima ipotesi che non fosse compito suo porre fine a quella vita, che tuttavia non si è fatto il minimo scrupolo di farlo, che forse non pagherà neppure con certezza la giusta pena a causa dei vari e insulsi stratagemmi escogitati per lasciarlo libero, non si può stare in silenzio. Quando si vede una giustizia lenta e farraginosa a seguire il suo corso, giornalisti che anziché fare il proprio dovere in modo professionale marciano altresì su simili sciagure e una città capoluogo di regione che si sta involvendo, lasciando adito sempre più a incertezze, brutalità, insicurezza e caos, non si può stare in silenzio. Al contrario, bisogna gridare forte, tutti quanti abbiano ancora un minimo di coscienza e valori devono scuotersi e urlare a gran voce che non è più possibile questo scempio dell’umanità, che bisogna rialzarsi e unirsi, ancor più tenacemente del male, per un barlume di speranza e per un futuro migliore. Perché, continuando a stare in silenzio, non potrà esserci nulla di tutto questo.

Massimiliano Lepera

 

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