Le elezioni del 26 e l’Europa

Siamo in par condicio – ridicula lex, sex lex – e perciò come la penso io ve lo dirò il 27, che è anche il mio compleanno. Ora vi sottopongo alcune riflessioncelle.

Ci sono state elezioni nazionali il 4 marzo 2018; poi varie regionali e tantissime comunali; le campagne elettorali sono state condotte in sordina, i giornali se ne sono curati poco, le piazze erano distratte. Questo mese di maggio 2019 mostra invece piazze piene, manifestazioni vivaci, rischio di scontri, striscioni, polemiche accese, e l’uso abbondante di propaganda anomala tipo cardinale elettricista e ragazzina climatologa… e i due partiti di governo, dello stesso governo, si accapigliano manco fossero all’opposizione e aspri nemici.

Come mai questo così improvviso risveglio della politica? E per un argomento che, oggettivamente, è di pochissima importanza, quale il Parlamento europeo?
Il P. E., da quando è stato istituito, è stato una specie di cimitero degli elefanti, un retribuito parcheggio per tromboni trombati alle regionali; i capi partito si fanno eleggere e manco ci vanno, finora. I poteri del P. E. sono, secondo lo ius conditum, ovvero le attuali normative, delle funzioni quasi solo nominali. E allora, perché tanto chiasso?

Intanto, e con buona pace dei cartisti fanatici, le istituzioni si modificano e automodificano. Tito Livio ha studiato la storia della Repubblica romana attraverso la modificazione di fatto delle sue istituzioni del 510 aC; finché il fatto, una volta realizzatosi, non veniva formalmente codificato: esempio, i tribuni della plebe. Questo significa che un parlamento serio non si contenterebbe di fare le belle statuine a Strasburgo, ma pretenderebbe ed otterrebbe potere di effettuale rappresentanza, quindi di poter condizionare tutti gli organismi di questa burocratica e gelida Europa.

Se ciò avverrà o meno, lo vedremo tra un annetto.
E c’è qualcosa di più profondo. Ormai sappiamo tutti, sia i favorevoli sia i contrari, che l’Europa è un elemento imprescindibile non solo della vita politica, ma di quella economica e sociale e quindi personale. Senza essere riuscita a divenire un mito, un ideale, un amore… tuttavia l’Europa è una di quelle convivenze che, con tutti i fastidi e gli impicci, sono molto difficili da interrompere. Perciò tutti dobbiamo fare i conti con l’Europa. Probabilmente in maniera istintuale, tutti sentono che le elezioni del 26 sono importanti; e, ripeto, non per la forma, ma per la sostanza.

Di più profondo ancora, si sente aria di idee e ideologie, sebbene ancora molto confuse e approssimative. Esse non traspaiono dai concetti, ma, ancora istintivamente, dagli atteggiamenti, dal linguaggio, dai toni. Non chiedetemi quali siano, perché ogni categoria di sinistra o destra è obsoleta e non utile a capire il presente.

Grande è la confusione, tra europeisti accaniti come Macron che poi si fa una politica estera senza manco avvertite l’Europa, guerre incluse; e sovranisti che litigano anche tra loro. È come fosse una gestazione, e non sappiamo che bambino nascerà… e se nascerà.
Senza scordare che la data del 26 maggio avrà inevitabili ripercussioni sulla politica interna italiana, e di tutti gli altri Stati europei: ma questo è ovvio, e non mi dilungo: anche per rispetto della par condicio.

Intanto io, che limito la mia partecipazione a qualche svago in internet e l’intenzione di votare, assisto con curiosità a un fenomeno di rinascita della politica che è, almeno rispetto agli ultimi decenni, abbastanza nuovo per i giovani… e quasi memoria di quando ero giovane io, e la politica ancora esisteva sul serio.

Ulderico Nisticò

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