Ho visto un film danese, ambientato nella Danimarca del XVIII secolo, dato dalla RAI con il titolo italiano, banale, “La terra promessa”, ma l’originale è Bastarden. Al netto degli aspetti romanzeschi, che tuttavia sono pochi, è un racconto di storia dell’intera Europa.
Di solito, quando si parla di storia, uno pensa a guerre, lotte di ceti o di classe… e invece tantissime volte l’umana storia procede in modo meno tumultuoso, più inavvertito, da modesti inizi e conseguenze epocali. In questo caso, e perdonatemi la battuta, terra terra, anzi sottoterra, perché parliamo delle patate. Le patate hanno fatto la storia? Prendiamola larga.
La scoperta dell’America causò profondi mutamenti, ormai così antichi da non venire tanto ricordati. Provate a immaginare gli Stati Uniti e l’Argentina senza i bovini domestici e senza i cavalli: ma sono venuti dall’Europa; o Napoli senza pomodoro e il Sud senza fichi d’India, che sono americani. Eccetera, con esempi senza fine quali la cioccolata, il tacchino… Ebbene, come i popoli indigeni delle Americhe non andavano a cavallo, nemmeno Archestrato e Apicio, con tutta la loro scienza culinaria, potevano farsi una frittata di patate.
Le patate invece erano diffuse tra i popoli precolombiani delle Americhe. Qualcuno pensò di introdurli in Europa, ma, come tutte le cose nuove, ci volle molto tempo perché fossero accettate.
L’Europa Settentrionale era poverissima di agricoltura, per ragioni climatiche e per la natura brulla dei terreni; e il film di cui parlo inizia con l’affermazione che il piccolo Regno di Danimarca contava ben un quarto della superficie fatto di brughiere del tutto improduttive. Un coraggioso e ambizioso danese reduce da una carriera di militare in qualche esercito tedesco, osa tentare la coltivazione, e sceglie, proprio sul modello tedesco, le patate, che resistono a quasi ogni situazione climatica, e si adattano anche a condizioni difficili di suolo.
C’è chi si oppone; come c’è sempre chi si oppone alle novità e al progresso, o per pregiudizi o per interessi; e perché le novità mettono in discussione gli assetti sia sociali sia personali e psicologici. Alla fine, il re Federico V (1746-66) di Danimarca e Norvegia con Islanda e l’oggi celebre Groenlandia, apprezza e sostiene l’iniziativa, e da quel momento le terre brulle e abbandonate divengono produttive.
Ed ecco (tanti me l’avranno sentito dire) che si realizza l’unica forma possibile e concreta di giustizia sociale: produrre; perché poi la produzione si distribuisce da sola; in parti disuguali, e guai se fosse il contrario, ma se si produce, ce n’è per tutti. Meditate: il denaro non si mangia, le patate sì.
Fu così che, dal XVIII secolo, Germania, Francia, Isole Britanniche, Danimarca, Scandinavia superarono la loro millenaria fame: con le patate. Aumentò la popolazione, e con essa le terre da coltivare, e l’incipiente industria; e, in Gran Bretagna, le flotte commerciali e militari, e gli operai. E quando la terra europea non bastò, ecco l’emigrazione nelle Americhe. Vedete come le patate fecero la storia. Sarà anche successo che le terre, se coltivate, cambiarono anche il clima; e anche questo è un discorso interessante.
La storia europea ebbe molte cause, ma la patata, l’umile (humus, terra profonda, “pomme de terre”) patata ebbe i suoi meriti.
Quando il tubero arrivò anche da noi, le nostre colline si rivelarono adattissime: la patata, che magari qualcuno pensa ci fossero sulla tavola del re Italo, invece c’è dal XVIII secolo. Noi la trattiamo in ogni modo: fritte, al forno, sformato o gattò (gateau), nelle zeppole, e con gli squisitissimi “pipi e patati”… e quella ricetta tutta nostrana che è “sutta cinnara”.
Benvenuta anche in Calabria, extraeuropea patata.
Ulderico Nisticò