A chi si è incuriosito che le patate, le nostre care patate, siano in realtà americane, dedico qualche altro rigo su questo e altri argomenti.
Premessa teoretica e storiografica. Con buona pace di Rousseau e di qualche suo illuso discepolo del 2026, il mondo ha ben poco di naturale, anzi è quasi totalmente antropico: da ἄνθρωπος, che vuol dire uomo nel senso di essere umano in quanto specie.
Ebbene, l’uomo è la sola specie vivente che occupa e governa e coltiva e migliora, e ogni tanto danneggia, l’intero Pianeta; tutte le altre sono, in origine, di nicchia più o meno estesa… e se si trova fuori nicchia, è perché ce l’ha portata l’uomo.
I cavalli dei cow boys, dei gauchos, del 7 cavalleggeri e dei baldi guerrieri pellerossa, e senza i quali non possiamo nemmeno immaginare le Americhe, sono stati trasferiti dai coloni europei; molti, allevati e addomesticati, hanno lasciato in eredità di discendenti il loro importante lavoro; qualche elegante e nobile destriero spagnolo scappò per i fatti suoi, e dopo un paiono di generazioni la razza tornò selvatica, e sembra, senza esserlo, autoctona: i mustang. Lo stesso per i bovini americani, tutti europei tranne i non utilizzabili bisonti, del resto poi quasi sterminati.
I loro lontani parenti bufali nostrani, da cui ricaviamo la squisita mozzarella, sono in Italia perché li portarono i Longobardi. Inevitabile battutaccia: le bufale nel senso di mezze verità condite con invenzioni (tipo sbarchi di Ulisse, che c’erano già ai tempi dell’Odissea!) sono diffusissime, e sicuramente c’erano anche molti millenni prima del 568.
Il tacchino è americano, e in Calabria è chiamato “garhu ‘ndianu”, gallo delle Indie [Occidentali].
In Australia i coloni inglesi tentarono di introdurre i cammelli e dromedari; ab bandonati, si sono inselvatichiti, e dominano vaste regioni. I conigli, animaletti europei, in fuga dalle gabbie si stavano mangiando l’intera Australia; se ne dà la caccia, con cani anch’essi europei. Canguri e ornitorinchi invece sono proprio australiani.
Quasi tutte le piante erano in origine di nicchia. Persino i meridionalissimi agrumi sono stati portati dagli Arabi, donde “arangara”; e gli aranceti si chiamano “i barchi”. Le arance commerciate si chiamarono “portugarhi”, dal Portogallo. Lo “zipàngulu” (anguria) richiama il Cipango, Giappone? Il mais si chiama “[u ranu] ndianu”. Il riso è cinese o indiano, prima di arrivare anche in Italia. Indiano è il tè. Sappiamo delle patate. Il caffè viene chiamato dal Parini “arabica bevanda”; si coltiva anche nei Tropici americani. Unicamente americano è il cacao, donde, almeno dal XVII secolo, la cioccolata in Europa. accenno, con sdegno e schifo, alle droghe; però, da classicista, non posso scordare il senatoconsulto del 186 a. C. che vieta, pena la morte, il culto di Bacco: e dubito assai ce l’avessero con il vino.
Forse c’erano delle viti nel Vinland dei Vichinghi. Le viti sono europee; ma si sa che, nel XIX secolo, gran parte dei vitigni europei, malati, vennero sostituiti con quelli americani: scambio enologico.
Le banane furono per secoli un lusso esotico. In Italia erano monopolio di Stato fin quando ci fu l’Amministrazione fiduciaria della Somalia, finita nel 1960. E che dire di kiwi, cocco… Ma anche gli italianissimi carciofi, raccontava mia madre, li portava come raro regalo ai parenti calabresi un cugino medico a Roma. Del resto, ancora negli anni 1960, la pizza si trovava solo a Napoli, e la piadina in Romagna.
Esemplare è la vicenda sia zoologica sia botanica dell’allevamento del baco da seta, per millenni geloso segreto dei Cinesi, detti dai Greci Σῆρες, donde il nostro dialettale “u sìricu”. Secondo una leggenda, portarono dei bachi due monaci dentro bastoni cavi; si vuole che re Guglielmo II, in guerra contro Costantinopoli, catturasse dei tecnici della seta e li portasse in Calabria. Catanzaro fu per secoli la città della seta: fu! Il baco si nutre di gelso, pianta che venne coltivata a tale scopo.
Leggiamo nei classici che ancora nel VI secolo a.C. non si conosceva il lino in Magna Grecia.
Ebbene, quando una pianta si ritiene utile, e trova un suo habitat favorevole, non si diffonde, ma viene diffusa dall’uomo.
L’uomo, a sua volta, non è affatto di nicchia: ripeto, unica specie vivente. Si trova dovunque, in tutti i climi dal deserto al ghiaccio, in ogni alta montagna e vallata, in ogni isola remota. In tutti questi e altri luoghi è arrivato per utilità o necessità o conquiste politiche o fughe ed esili e deportazioni o commerci curiosità o desiderio di conoscenza. E quando si trasferisce porta con sé i suoi ricordi, cui aggiunge subito qualcosa di nuovo, che poi diventa antico e si contamina. Ci sono, nelle Americhe, molte località di nome Roma, Messina… e Santo Domingo de Suriano, proprio il nostro santo.
L’uomo, grazie a Dio, è per natura inquieto, e “audax Iapeti genus”; e ultimamente, non contento della Terra, è partito per gli altri pianeti. Se mai degli uomini abiteranno su Marte, state certissimi che si porteranno dietro dei cani e dei gatti… che dopo qualche secolo diventeranno le razze dette Marziane.
Ulderico Nisticò