Le Sirene in tv, e Cupiello

Andrà in onda uno sceneggiato (non scrivo fiction manco sotto tortura!) sulle Sirene; giuro, le Sirene che lasciano il mare e si trasferiscono in città. Non è originalissimo: ero poco più di un bambino quando vidi al cinema il godibilissimo “Giove in doppiopetto” con Carlo Dapporto; e poi, un poco più grande, mi accorsi che l’archetipo è l’Anfitrione di Plauto. Ma vivaddio, lo sceneggiato lo vedrò con passione!
Ma sì, ma sì: la gente, me in testa, ne ha le tasche pienissime di piagnistei sugli emigranti scritti da uno che poi ha pensato bene di emigrare anche lui; e di antimafia segue cena che poi li arrestano con le mani nel sacco, e comunque si scopre che hanno triturato 450.000 € come la Musella!
Basta, non ce la facciamo più di facce smunte e lacrimose, molte delle quali puzzano di cattivo recitativo; e quand’anche fossero tutte genuine, non lo sopportiamo più che ogni canale tv grondi non solo dolore a tutto spiano, ma, peggio, sempre piccole e piccolissime cose! Tutti Cupiello, che qualcuno spaccia per comico, e invece è patetico e meschino, un uomo disgraziato che vive un anno di miseria in attesa dell’unica gioia della sua squallida vita: un povero presepe di carta.

Voglio vedere eroi eroi, non nel senso di benefattori ma nel senso di eroi dalle imprevedibili gesta; voglio vedere amori sovrumani; voglio vedere attori che siano attori! Benvenute, Sirene.
Chi sono, costoro? Le Sirene compaiono nell’Odissea… e qui immagino già le orecchie tese di tutti gli omeristi della domenica, pronti a dimostrare che Ulisse è sbarcato a Tiriolo o sulla Sila d’inverno. Perciò, fermi tutti, vi traduco i versi del poema, libro XII, profezia di Circe: “Giungerai dalle Sirene, che seducono ogni uomo che giunga da loro. Chi per avventatezza le avvicini e senta la loro voce, non avrà più in mente la moglie e i teneri figli e il ritorno a casa e non ne prova gioia, ma le Sirene lo allettano con la sonante voce, stando in un prato: e intorno c’è un mucchio di ossa di uomini che vollero conoscerle, e se ne dissecca la pelle. Ma passa accanto, e tappa le orecchie dei compagni usando cera di miele, perché nessun altro senta; e se tu vuoi ascoltare, leghino le tue mani e i tuoi piedi al dritto albero, e sia stretta una gomena, perché possa rallegrarti sentendo le due Sirene. E se pregherai i compagni e ordinerai che ti sciolgano, essi con più legami ancora ti stringano”.
La traduzione è volutamente letterale. Apprendiamo poi che le Sirene sono due, senza nomi. Σειρήν, Σειρῆνες, forse significa “quelle che trascinano”; si pensa anche a una radice fenicia. Per i grecisti genuini, segnalo l’uso molto più frequente del consueto, nell’episodio, del numero duale, Σειρῆνε, evidentemente ritenuto, nel mito, importante. Ulisse, con l’espediente della cera, le evita.

A proposito, non c’è da nessuna parte in quale dei sette mari e oceani del Pianeta ciò sia avvenuto!
Molti secoli dopo, i mitografi (questi romanzavano i miti nel frattempo rielaborati dai poeti) ne fecero tre, e da alate divennero creature marine, persino mezzo pesci. Si disse che tale metamorfosi sarebbe avvenuta precipitandosi in mare per delusione da parte dell’astutissimo figlio di Laerte.
Mantennero la natura di canore, e vennero loro attribuiti dei nomi con probabile senso musicale: Partenope [voce di fanciulla], Ligeia [melodiosa], Leucosia [limpida].
Partenope venne identificata con quella Sirena fenicia che aveva fondato la città poi detta Neapolis. A Leucosia si diede per sede Licosia, oggi frazione di Castellabate: e già, quel paese di Benvenuti a Sud, così carino, così diverso dai calabri lacrimatoi!
Ligeia viveva al largo di Terina, la città fondata o rifondata da Crotone in funzione antilocrese (fidatevi, sta per uscire un mio dettagliato articolo su Rogerius di Soriano C.), distrutta nel 205 a.C. da Annibale, e non più ricostruita. Sorgeva tra Lamezia e Gizzeria: dove, Ligeia lo sa.
Senza alcun riferimento alla nostra, il nome piacque ad E. A. Poe, che ne fece uno dei suoi orrendi racconti.
Oggi mandano un lavoro sulle Sirene, ovviamente ambientato a Napoli. La Calabria girerà mai un lavoro mitologico, o almeno storico? Esempi:

– Mito di Eutimo (io ne ho fatto teatro);
– Mito di Oreste;
– Mito di Ercole a Crotone;
– Storia e miti di Magna Grecia;
– Alarico;
– Ruggero d’Altavilla e Giuditta;
– Le scombinate affascinanti avventure del Centelles;
– I briganti, possibilmente non arruolati a sinistra e sindacalizzati;
– Murat;
– Eccetera a iosa.

Cosa serve per fare una cosa del genere? Semplice:

– Soldi, meglio se tolti alle musellate;
– Registi e attori bravi, possibilmente non raccomandati;
– Uno sceneggiatore che non sia il solito finto depresso e bacchettone, e sia dotato di due caratteristiche: a) fantasia; b) rapporto non conflittuale, e non meramente scolastico, con la normale e sciolta lingua italiana!

Intanto, evviva le Sirene!

Ulderico Nisticò

 

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