L’economia è una cosa troppo seria…

 Una delle più fulminanti battute di Clemenceau, durante il conflitto del 1914-8, fu: “La guerra è una cosa troppo seria per lasciarla fare ai generali”. Estendete il concetto a qualsiasi cosa, e torniamo a Platone, il quale afferma: i filosofi devono comandare, i guerrieri combattere, i tecnici eseguire.

 I tecnici, infatti, se sono bravi, conoscono la loro arte e la mettono in pratica; magari si aggiornano, però con calma, senza troppi voli di fantasia. Il più delle volte, bisogna suggerire cosa fare anche all’idraulico che chiamate in casa, se non si tratta di ordinaria amministrazione.

 Anche l’economia è una cosa troppo seria per lasciarla agli economisti, e ne sa bene qualcosa l’Occidente europeo ed americano, e peggio quello europeo. Infatti, con i mezzi materiali di cui dispone, l’Europa dovrebbe nuotare negli agi e nei lussi; e tutti gli Europei, certo non in parti uguali, ma anche il mendicante dovrebbe ottenere profumatissime elemosine! Ci siamo capiti?

 E invece si parla, alla lettera, di milioni di persone che vivono in ristrettezze non nel senso che non vanno in crociera e a ballare, ma nel senso che non sono affatto sicure di mangiare a pranzo e cena. Com’è possibile?

 Possibilissimo, se a dirigere l’economia sono gli economisti, e se gli economisti sono, come in effetti sono, dei monetaristi, cioè hanno studiato (per una delle loro sei o sette lauree con 110 e lode) che l’economia è fatta di soldi; e invece quella è la finanza, soprattutto quando i soldi non sono oro e argento, ma carta; anzi, oggi, nemmeno carta, solo numeri elettronici numerati da banche internazionali anonime e che nessuno controlla.

 Questo è il primo limite degli economisti, scordare che i soldi sono un mezzo di intermediazione, non sono un bene; ed è perciò un buffo assurdo che qualcuno muoia di fame per far soldi; e, peggio, soldi elettronici.

 Se dunque gli economisti devono eseguire, ci vorrebbero i filosofi a comandare. E siccome di filosofi sul serio non c’è manco l’ombra (ci sono “philosophes”, parola francese che vuol dire giornalisti, opinionisti), mi contenterei di politici. Ma siccome i politici vivono nel complesso d’inferiorità verso gli economisti, ecco che non comanda nessuno.

 È ora di ripristinare il primato della politica: quella nobile e vera, ovvio. Ovvio che non sto pensando ai tempi mille volte deprecati della Prima repubblica e del panettone di Stato, quando l’intervento pubblico consisteva nell’assumere un operaio e settantasette dirigenti e consiglieri di amministrazione, tutti rigorosamente lottizzati tra i partiti di maggioranza… e di finta opposizione; e quando la FIAT metteva in giro catorci su quattro ruote e pagava Pantalone. L’economia è una faccenda per imprenditori e gente del mestiere: ma la politica deve saperla indirizzare in vista del bene comune.

 Scopo dell’economia è produrre quanto sia necessario e utile; poi i beni, quando ci sono, si distribuiscono da soli; quando non ci sono, si distribuisce, magari in parti uguali, il nulla come fu in Unione Sovietica! Perciò anima dell’economia non è il denaro, è il lavoro in tutte le sue valenze e con tutta la sua dignità.

 Basterebbe quello che, ai primi inizi del mondo moderno, insegnò la lucida e realistica intelligenza di s. Tommaso d’Aquino (1225-74): “usus pecuniae est in emissione”, cioè il denaro dev’essere speso e non accumulato e tanto meno prestato ad usura; e tutto dev’essere regolato da “iustum pretium” dei compensi e delle merci.

Ulderico Nisticò