Lettera aperta sull’agricoltura in Calabria, e sulla proprietà della terra

La Lega vuole l’Assessorato all’agricoltura, che, come dice Salvini, “è l’oro della Calabria”. Beh, diciamo che “sarebbe”, se fosse ben gestita, cosa che non è. Un assessore, leghista che sia o altro, deve rendersi conto di una situazione che è non buona, e mettere mano a radicali ristrutturazioni del settore agropastorale: attenti alla parola.

Un po’ di rapidissima storia. Dai tempi più remoti, la terra poi detta calabrese era destinata alla produzione di derrate come grano e vino, anche per l’esportazione; e all’allevamento di ovini, caprini, bovini, e a quello specialistico di cavalli. Le due attività, come sempre succede, furono in conflitto… Argomento complesso, noto in età romana, e ne diremo qualche altra volta.

Era importante l’industria boschiva, con uso ed esportazione di legname e derivati, come la richiestissima “pix Bruttia”, la pece.
Nei secoli romani, attenti qui, la regione venne costellata di “praedia” di almeno 50, 100 ettari, per la produzione integrata di cereali, foraggi, frutta, e miele; e allevamento di animali da lavoro e da reddito. È il modello di Catone, Varrone, Virgilio, Columella… Altro che campicello!

Il campicello, “u pezzicerhu d’a terra” è il bizantino “petzì”, assegnato da Niceforo II Foca (961-9) a contadini soldati per la sussistenza della loro famiglia; un sistema con finalità militari che, per farla breve, resse mille anni. Organizzazione diversa fu quella dei giardini, estensioni più vaste di produzione integrata, con l’arrivo di specie di origine araba come gli agrumi o americana come pomodori e patate.

Sed haec olim fuere. Oggi sono rimaste sì alcune aree produttive; ma troppa parte della terra calabrese è in stato di abbandono. I pezzettini, pomposamente chiamati anche particelle catastali, sono di modestissime centinaia di metri quadrati, e intestati a non si sa quante persone; e di queste persone, la gran parte vive lontano, spesso irreperibile. Vi giuro che una particella confinante con me è di mq. 190 (centonovanta metri quadri!), con sei proprietari, una dei quali anzianissima all’epoca della rivelazione, con presumibili eredi senza numero! Se volessi comprarla, dovrei rintracciare decine di persone in ogni angolo del Pianeta tranne che nel Comune dove tutto questo avviene… ma no, non avviene! Come posso fare? Leggete fino alla fine.

Due sono le ragioni dell’abbandono, che s’intrecciano tra loro:

1. scarsa produttività dei “pezzettini”, la cui coltivazione è molto più impegnativa, costosa e faticosa della poca e precaria resa;
2. emigrazione.

I danni sono evidenti e sulla produzione e sul mancato controllo idrogeologico; senza scordare i cinghiali, che nel degrado prosperano.
Bisogna dunque ricostituire le particelle minime produttive: se voglio produrre rose, mi basta una tomolata; se grano ed olio, mi servono molte centinaia di ettari. Qui ci sarebbe da discutere sulla differenza tra proprietà e possesso, ben chiara in dialetto: “ava a terra”, espressione medioevale poi sostituita con la proprietà di matrice bonapartista; ma subito divisa tra fratelli. Donde il disastro anche sociale; e la nascita di un ceto di superbi e canaglieschi proprietari… del poco, e presto del nulla!

Eccoci qui. Se io fossi l’assessore – ahahahahahahahahahahahah – fin dal primo giorno emetterei un decreto che, per capirci, chiamerei ESPROPRIO PROPRIETARIO. Ecco il decreto:

– I coltivatori effettivi e comprovati possono prendere in fitto decennale le eventuali terre incolte, al prezzo di euro 1.00, da consegnare al Comune e mettere a disposizione degli aventi titolo.
– Trascorsi anni dieci senza che nessuno abbia ritirato i suoi centesimi (è quasi certo), l’affittuario entrerà nel possesso della particella.

Ci sono poi problemi di consumo e mercato: ma, una cosa per volta.

Ulderico Nisticò