Lettori di Lettere

 Nella storia della letteratura, la critica occupa un posto non meno importante della produzione artistica. Alcune durissime polemiche sono rimaste celebri, dalle litigate tra Callimaco ed Apollonio, a quando il Leopardi, letta la prima redazione dei Promessi Sposi, commentò “Fa tanto rumore, e vale tanto poco”. Ora, se è lecito confrontare le cose grandi con le piccole, mi svago a commentare, tra le altre, delle critiche a Lettere di sangue, le quali, giungendo a conclusioni molto diverse, muovono però dalla stessa sensazione: che per leggere il romanzo ci vogliono delle conoscenze di fatti ormai, per il passare del tempo, sempre più lontani.

 P. M. ha gradito la sfida, scrivendomi che ha impiegato dieci giorni per centoventi pagine, volendosi documentare, uno per uno, sui tantissimi avvenimenti e personaggi veri, verisimili e immaginari. Egli ha dunque considerato Lettere quasi come fosse un testo di storia: una storia che spazia dal 1940 al 2015, con antefatti e seguito.

 Del resto, questo è, in quanto genere letterario, un romanzo storico. Con buona pace del Leopardi, è quando due giovani verisimili (non si può dimostrare che non siano esistiti) intrecciano la loro piccola storia con i lanzichenecchi e la peste e un signorotto immaginario e un cardinale verissimo; e alla fine aprono un filatoio di seta a Bergamo, facendo, senza saperlo, in quel 1630, fortunata concorrenza a Catanzaro. In Lettere, alcune donne… e compaiono dei giovani colti e curiosi del 2015, ma che a scuola i fatti del Ventennio li hanno studiati in fretta e male, e vogliono, appunto documentarsi non sui libri ma con gli ultimi che possono ancora ricordare. Beh, leggete…

 E qui ecco la critica, francamente meno consolante, di R. D., che guarda a Lettere non come a storia ma come a romanzo, e nota che i personaggi – ripeto, tantissimi – hanno poco spessore, e sfuggono all’attenzione. Beh, sarà anche vero; e si può rispondere solo così: è una tecnica, diciamo così, cinematografica, di quei film di ampio respiro in cui spesso un personaggio compare un momento, assume una faccia particolare, dice una battuta importante, e poi non si rivede più. Mi vengono in mente decine di esempi, ma li lascio alla memoria dei critici. Lo ha fatto notare, del resto, uno che di cinema se ne intende, Maurizio Paparazzo.

  Un esempio di Lettere, però, lo adduco, per far vedere come, forse sbagliando, una battuta valga una vita. I giovani vanno dall’anziano veterinario in pensione, nostalgico silenzioso, il quale così racconta la sua esistenza: “Dal mare, anzi da sotto il mare, finii tra queste montagne”. Sotto il mare, perché in guerra era sommergibilista a BETASOM; e qui c’è lavoro per cercare cosa fecero i sottomarini italiani a Bordeaux; sulle montagne, perché è lì che trovò lavoro come condotto.

 Montagne che sono quelle dell’Appennino, provincia di Bologna con un occhio alla Toscana. E già, il libro, scritto a Soverato ed edito a Chieti, si svolge in tutt’altri posti, a scanso della solita obbligatoria e fasulla calabresità da tema in classe. Compaiono anche dei Calabresi, però, mi spiace per i piagnoni di professione, non sono né dialettofoni né depressi né morti di fame; e, in caso di guerra, furono tutt’altro che imboscati.

 È un libro di donne, come è stato ben evidenziato nella presentazione di Titti Marzano e Costanza Chindamo a Vibo. Donne con ogni sorta di femminilità: tragica, delicata, eroica…

 Così le critiche mi paiono cogliere aspetti concomitanti e distinti: la macrostoria; i misteri del dopoguerra; un giallo politico, uno satanistico, uno di semplice truffa (succede, eccome, al Nord!); e il tutto visto da sguardi curiosi di oggi rivolti, per caso o per forza, a un passato che, per qualche attimo, torna a vivere.

 Il racconto, infine, è politicamente scorretto: ma non credo qualcuno, considerato l’autore, s’immaginasse cosa contraria! Ma consolatevi: compare anche un nostalgico di Stalin.

 Comunque, leggete.

Ulderico Nisticò