Lettura storiografica dei Vangeli

Leggiamo i Vangeli con ottica storiografica, come faremmo con un qualsiasi documento dell’antichità; e con un particolare interesse sociologico. Per non attediare il lettore, sarò breve:

SITUAZIONE POLITICA: La Terra Santa è parte dell’Impero Romano, Provincia di Siria, e con un prefetto residente a Gerusalemme; come in tanti altri luoghi dell’Oriente, Roma permette alcune autonomie: Erode ha lasciato quattro figli, “tetrarchi” di alcuni territori; e ha potere il sinedrio dei Farisei. Il popolo dei Giudei, o qualche suo partito, si ribellano a volte a Roma, caso rarissimo in un Impero in cui tutti erano certi che il peggio di Roma era mille volte meglio di qualsiasi altra soluzione; e in cui le sole guerre furono tra Romani, a parte quelle a remoti confini.

SITUAZIONE CULTURALE: La religione è il giudaismo, derivata, dopo il ritorno da Babilonia, dall’antico ebraismo; i Farisei impongono minute regole; ma sono attive diverse sette (Sadducei, Esseni… ), con interessanti e vivaci dibattiti teologici. I Giudei parlano l’ebraico, e usano due lingue veicolari, quella dell’Oriente, l’aramaico, e quella del mondo, il greco della koinè. Molti Ebrei vivevano altrove, tornando a Gerusalemme per ragioni di culto e lavoro, come Simone di Cirene.

SITUAZIONE ECONOMICA: La regione appare densamente popolata, con una città notevole, Gerusalemme, e vari altri centri importanti. Le attività sono agricoltura, pastorizia, commercio, artigianato, pesca… Non compaiono affatto sacche di indigenza più di qualsiasi luogo in qualsiasi tempo della storia. I poveri e malati godono di assistenza organizzata dalle autorità e dalle consuetudini ebraiche. I ricchi compaiono quasi solo nelle parabole, e nessuno è ricchissimo. Il tutto, a differenza degli antichi miti greci, è regolato da uno strumento modernissimo: la moneta, un argomento che nei Vangeli ricorre spessissimo, con precisi prezzi. Si legga quella splendida lezione di moralità ed economia che è la Parabola dei talenti: chi non mette a frutto il denaro, e comunque le virtù ricevute dalla Provvidenza, merita di morire di fame! Concetto ribadito dal severo san Paolo: Chi non vuole lavorare, neppure mangi.

SITUAZIONE SOCIALE: Nella narrazione evangelica e nelle parabole, la sociologia del territorio mostra un ceto medio molto variegato, come sempre accade al ceto medio di un’economia attiva: a parte gli insignificanti tetrarchi e le loro corrotte piccole corti e relative donnacce, troviamo:

– un funzionario romano di ceto equestre, e quasi certamente di origine non latina ma oscoumbra (Pontius e non Quintius);
– sua moglie, poi detta Claudia Procula, dominante come tutte le matrone romane;
– un ceto intellettuale di conoscitori della Bibbia e della Legge, cui viene ammesso lo stesso Gesù, chiamato Maestro;
– un resto dell’antichissima tradizione eroica e anarchica dei profeti custodi della Tradizione biblica, cioè la grande figura selvatica di Giovanni Battista;
– proprietari terrieri benestanti;
– braccianti e altri lavoratori salariati: la Legge giudaica regolava anche questi rapporti; non trovo nominati schiavi propriamente detti, che comunque ci dovevano essere;
– allevatori di pecore e altri animali da reddito;
– pescatori proprietari di barca;
– artigiani, ceto cui, secondo la Tradizione, apparteneva la Sacra Famiglia;
– addetti a servizi e cambiavalute, come il pubblicano san Matteo;
– addetti ad attività ricettive, alberghi, locande…
– seri e disciplinati soldati romani, che, nell’età di Augusto e Tiberio, riteniamo ancora quasi tutti di stirpe italiana;
– a questi ceti e condizioni appartengono molte donne, alcune delle quali appaiono molto attive e partecipi. Ci vorrebbe un articolo a parte. L’anno scorso ho rappresentato a Soverato Superiore “La Pasqua delle donne”: chi non c’era, peggio per lui o lei, e per la sua spocchia appoggiata sul nulla.

Ulderico Nisticò

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.