Torna di moda l’Odissea, e non è del film che voglio parlare prima di vederlo… se mai lo vedrò. Quando uscì Troy, che ho visto, ho detto subito che non voleva essere l’Iliade nel senso dei 24 Libri del poema; e, infatti, non lo era. Qui si promette… si minaccia di seguire il poema, ed è un altro discorso.
E io dovrei riassumere la questione omerica, la formazione dei due testi omerici come li leggiamo noi, i khorìzontes… sarebbe inutile, perché è roba per specialisti, e neanche tanto convincente. Veniamo ai fatti. Se voi chiedete in giro cos’è l’Odissea, vi risponderanno in coro “i viaggi di Ulisse”, il che non risponde al vero. Ora non pretendiamo chissà quale conoscenza da parte di chiunque, però è giusto che chi questa conoscenza ce l’ha per mestiere la spieghi agli altri che sono dilettanti.
Il testo come lo leggiamo noi inizia con gli dei preoccupati di Ulisse… per poi interrompersi con una lunga interpolazione (aggiunta posteriore), nota come Telemachia, con i viaggi di Telemaco presso Nestore e Menelao (lì incontra anche la bionda Elena). Torniamo a Ulisse, il quale da sette anni è nelle braccia, o nella prigione di Calipso, che promette di ottenere per lui la divinità, purché rimanga; ma Ulisse vuole tornare in patria e da Penelope. Inviato dagli dei, Ermes ordina a Calipso di liberarlo. Costruita con perizia una zattera, Ulisse prende il mare, venendo però colpito dalla vendetta di Poseidone. Si salva sopra una spiaggia… e qui fermate i classicisti della domenica che s’inventano sbarchi in tutto il Mediterraneo e in Inghilterra e America eccetera, ultimamente nella mia povera e credulona Calabria!
La dea Atena, che gli vuole bene (o solo bene?) gli procura il soccorso di Nausicaa, figlia del re dei Feaci Alcinoo e di Arete, sua sorella e moglie; e vanamente innamorata del bel forestiero, Nausicaa. Alla corte del re, Ulisse narra sinteticamente i suoi viaggi: in medias res, diciamo noi del mestiere. È un ottimo esempio di tecnica letteraria, pari alla Commedia di Dante, che tratta una vicenda e un carattere umano con pochissimi versi.
I viaggi narrati iniziano con uno scontro contro i Ciconi, già alleati di Priamo; seguono avventure contro i Lotofaghi drogati, e Polifemo, e Scilla e Cariddi, e le due Sirene alate (secoli dopo, diverranno tre e marine), e Circe, poi, come tutti gli eroi (l’ultimo è Dante), il Regno dei morti. Scusate il troppo veloce riassunto.
I Feaci, con grande e inevitabile delusione di Nausicaa, riconducono Ulisse a Itaca. Atena lo maschera di ramingo mendicante, ma egli si fa riconoscere dai fedeli schiavi, poi dal figlio. Lo riconosce da sé Euriclea, la nutrice, grazie a una cicatrice da cinghiale. I pretendenti di Penelope, detti da noi Proci, lo maltrattano, ma Ulisse ne compie la strage con il suo arco da forte guerriero, strage di quei mollaccioni e approfittatori e scarsissimi arcieri e combattenti. Deve però, Ulisse, rendere conto al popolo.
Questa è l’Odissea. È pertanto un “nostos”, un ritorno dalla Guerra di Troia, come quello di tanti altri reduci. Cos’è che rende così unicamente affascinante Ulisse, e lo fa protagonista di tanta letteratura? Dico tragedie, Eneide, Divina Commedia, Foscolo…
Il fatto è che Ulisse non è un eroe come il suo nemico Aiace o come Achille; e non intende compiere gesta e morire per la gloria: è abilissimo, πολύτροπος, letteralmente dai molti avvolgimenti, dall’indole multiforme. Certo, ma è al confine tra gli eroi, il cui tempo è ormai finito, e gli uomini; e degli uomini ha tutte le malinconie e incertezze e difficoltà di vivere.
In ogni azione, Ulisse prima di tutto, διάνδιχα μερμήριξεν, pensò diviso in due idee e decisioni. È un uomo, e ne è consapevole. Sentite cosa risponde a Calipso, nel libro V:
A lei così rispose l’astuto Ulisse:
“Signora dea, non adirarti; so anch’io
ogni cosa, giacché la saggia Penelope
non è pari a te, a vedersi, per aspetto e grandezza:
ella infatti è mortale, tu immortale ed esente da vecchiaia.
Ma anche così voglio e desidero ogni giorno
andare a casa e cogliere il giorno del ritorno.
E se uno degli dei mi colpirà sull’oscuro mare,
lo sopporterò: ho in petto cuore capace di resistere;
molto ho infatti patito e molto faticato
nelle onde e in guerra; anche questo segua le altre pene”.
Per questo ciascuno di noi si sente in qualche modo Ulisse.
Ulderico Nisticò