L’industrializzazione borbonica della Calabria

Cari storici

In questa disputa “porta a porta” tra chi può essere definito storico e chi non lo è, c’è un avvocato che s’improvvisa anch’egli para-storico e stigmatizza l’industrializzazione borbonica della Calabria, ritenuta praticamente inesistente o comunque poco influente dal punto di vista economico-sociale sulle popolazioni calabresi e sul nostro antico Regno in generale. Ma scusi, avvocato, lei dove ha appreso tali notizie? Quali sono le sue fonti d’archivio? Quali, almeno, i testi consultati per addivenire a queste sferzanti conclusioni? Nella mia “biblioteca” di casa, oltre a circa trecento testi di filosofia, storia, classici latini e greci, ho circa duecento testi attinenti il Regno delle Due Sicilie, alcuni vecchissimi (originali ed in copia anastatica), italiani e stranieri (francesi e inglesi)…. A sostegno dell’avvocato interviene quindi l’insegnante di storia, canis canem non est, che raspando dà lezioni sul piano storiografico e indica quello che a suo parere è il criterio metodologico sufficientemente scientifico in grado d’interpretare obiettivamente le azioni positive compiute dagli uomini, sicuramente dopo avere appreso le teorie storiografiche di Erodoto, Polibio, Tacito, magari nella lingua originale. E poi cita come fonte del suo specchietto (per allodole?), “alcuni dati di natura statistica riguardo alla prosperità industriale e agricola del regno delle Due Sicilie. Fonte: Dalla periferia al centro. La seconda rinascita economica dell’Italia (1861-1890) Edizioni Il Mulino, Bologna. A cura di Vera Zamagni”. E perché non cita anche Tommaso Pedio, Giacomo Savarese, Lodovico BianchiniRotondo Mauro Luigi, Saggio politico su la popolazione, e le pubbliche contribuzioni del Regno delle Due Sicilie al di qua del faro, Napoli: Dalla Tip. Flautina 1834? Dovrebbe anche riguardarsi una “certificazione” finanziaria assai interessante che, come hanno scritto tutti i giornali qualche tempo fa, “è stata possibile grazie a un puntuale e interessantissimo studio condotto dalla professoressa Stephanie Collet, docente di Storia della Finanza alla Université Libre de Bruxelles, la quale con metodi veramente certosini ha ricostruito, per mezzo della consultazione degli archivi storici delle Borse di Parigi e di Anversa, la storia dell’integrazione dei debiti sovrani degli Stati preunitari italiani”. Il lavoro (riporto le notizie di allora) ha evidenziato come tutti i vari debiti pubblici degli Stati preunitari italiani, continuarono a essere quotati con la loro indicazione dello Stato emittente d’origine fino alle rispettive scadenze naturali, naturalmente rinominati tutti in lire, ma apponendo semplicemente il suffisso iniziale di “Italy” a garanzia che i titoli erano sotto la garanzia solidale di un unico nuovo Stato Sovrano. Per un certo periodo convissero pertanto 25 emissioni di obbligazioni di debito pubblico, sottodivise in quattro gruppi: “Italy-Piedmont-Sardaigne”, “Italy-Lombard”, “Italy-Pontificaux” e “Italy-Neapolitean”, le cui quotazioni continuarono regolarmente a essere fissate giornalmente nelle principali Borse europee. E’ quanto mai interessante notare che, prima dell’Unità d’Italia, i rendimenti dei titoli dei diversi gruppi sopra elencati erano molto diversi fra loro, con il Regno delle Due Sicilie (25% del totale del debito) inferiori di 140 punti base rispetto alle emissioni papali (pari al 29%) e di quelle piemontesi (44% del totale) e di 160 punti base rispetto a quelle Lombardo-Venete (solo il 2% del totale). Il che, tradotto in parole spicciole, significa che a quei tempi, seguendo il metro attuale degli spread, i cittadini del Regno delle Due Sicilie sarebbero stati considerati i tedeschi di oggi. Questo perché, prima dell’integrazione dei debiti sovrani, Napoli era la capitale dello Stato più ricco della penisola, potendo contare su una agricoltura fiorente, ricche miniere, una buona struttura industriale, importanti e efficienti porti commerciali e soprattutto su cospicue riserve auree. Di contro quello piemontese si era enormemente indebitato sui mercati per far fronte alle dispendiose spese per finanziare le guerre d’indipendenza intraprese per compiere manu militari l’annessione di tutti gli stati della penisola, a qualsiasi costo.

Adriano V. Pirillo

 

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