L’organizzazione della cultura in Calabria?


 La presenza della cultura in Calabria può considerarsi, nella storia, di livello medio, con alcune figure importanti come Ibico, Stesicoro, Alessi, Nosside, i pitagorici, Cassiodoro, Gioacchino, Telesio, Sirleto, Campanella, Preti, Cozza, Gravina, Galluppi, Alvaro… Figure importanti, però monadi isolate, ciascuna per conto suo, senza costituire un sistema culturale; e in buona parte vissuti e operativi altrove.

Mancò, e manca, infatti, l’organizzazione della cultura. Esempi: le tragedie greche erano sì creazione di poeti, però partecipavano a concorsi statali, e un arconte sceglieva i drammi, imponendo una liturgia (tassa) a qualche abbiente per pagare attori e coro e musici e (beati loro!) autori.

Mecenate sceglieva e pagava i poeti. Gli Este, per far sapere di discendere da Carlo Magno, radunavano poeti cavallereschi ed epici; discendevano anche da Ruggero di Risa (a quanto pare, Reggio!), però gli Estensi lo sapevano, in Calabria non lo sa quasi nessuno.

E non parliamo dei fallitissimi centenari di Giglio e Sirleto e persino Francesco di Paola; e del fallimento annunziato di Catanzaro 1528/2028.

È banalmente ovvio che gli arconti e Augusto e gli Este eccetera perseguivano scopi politici e d’immagine e di “riputazione”, ed erano loro i primi a non credere agli eroi e alla tragedia come τὰ πάθη τῶν ἡρώων; e che tra i loro avi ci fossero la dea Venere e re Carlo imperator romano.

Lo stesso per l’arte. Senza Giulio II e i suoi continui alterchi col Buonarroti, questi avrebbe disegnato a casa sua con un foglio riciclato, invece che nella Sistina. E mi fermo qui.

Ai nostri re e feudatari non importò mai di fantasticare antenati illustri, mania che fu poi dei borghesi tra XVIII e XIX secolo, e pure XX e XXI: perciò non abbiamo avuto un Mecenate. Quanto alla scuola, impartì, e impartisce istruzione, che non è sinonimo di cultura. Anzi, la cultura inizia quando si comincia a dubitare dell’istruzione.

Detto questo, vorrei concludere che la Calabria ha bisogno di far uscire dalle lavre eremitiche i suoi dotti, e organizzarli, mettendoli al servizio del territorio; e costringendoli a dialogare tra loro invece di continuare a ripetere il demoniaco “io”, padre dell’invidia; e a riconoscere che non c’è solo “io”, ma una cosa funzione se è, appunto, organica, quindi interdipendente.

Restiamo in attesa?

Ulderico Nisticò