Mafie – Puglia: La Sacra Corona Unita senza boss, arrivano Camorra e ‘Ndrangheta

I vecchi boss tutti in carcere e le nuove generazioni che si dividono in tanti, piccoli, gruppi, tenuti in vita da un traffico fiorente di stupefacenti e infastiditi dall’ingerenza di ‘ndrangheta e camorra negli affari del Salento. La Sacra Corona Unita del Terzo millennio resta mafia pericolosa ma certamente poco competitiva rispetto alle holding criminali di altre regioni, che fanno affari e investimenti milionari in molte parti del mondo. Mancano capi carismatici e forse anche per questo, sia nella provincia di Lecce che in quella di Brindisi, si e’ instaurata quella che la Direzione distrettuale antimafia definisce “pax mafiosa”. Un armistizio che a Brindisi e’ stato parzialmente violato nello scorso autunno dagli scontri tra gruppi di giovanissimi, che si contendono le piazze di spaccio ma non suscitano particolari timori negli inquirenti, che non li ritengono in grado di ricreare il modello della Scu che negli anni Novanta lascio’ a terra decine di morti. A far propendere per tale lettura anche il fatto che non esisterebbero gruppi forti in contrasto tra loro, dal momento che i referenti criminali dei vari paesi del Brindisino sarebbero tutti affiliati ai Mesagnesi.

Proprio a Mesagne negli anni Settanta Pino Rogoli fondo’ la Sacra Corona e da li’ vennero, negli anni passati, le rivelazioni del pentito Ercole Penna, che parlo’ di tutto e tutti consentendo che venissero effettuate decine di arresti. Ad aiutare le inchieste dell’Antimafia ci sono anche alcuni collaboratori della provincia di Lecce, a partire da Gioele Greco, passando per Massimo Donadei e Alessandro Verardi. E’ stato quest’ultimo a raccontare come la nuova Scu si fosse inserita nei business legati al turismo, con l’imposizione di assunzioni e guardiani’e agli stabilimenti balneari. Il ruolo dei malavitosi locali, pero’, resta sempre confinato ad attivita’ di piccolo calibro laddove i colleghi calabresi e campani stanno acquistando attivita’ turistiche a iosa tramite prestanome.

Nel 2017 l’Antimafia di Reggio Calabria, per esempio, lancio’ l’allarme sugli investimenti dei Piromalli di Gioia Tauro (cosca resa miliardaria dal traffico di cocaina) su villaggi turistici di Otranto e Ostuni. Dall’altro lato, sulla costa ionica, invece, i clan napoletani hanno rilevato b&b e pizzerie, mettendo all’angolo la criminalita’ locale, indebolita dalla guerra fratricida dei Padovano, che nel settembre 2008 lascio’ Salvatore morto a terra e costo’ l’ergastolo al fratello Rosario. L’eredita’ dei due boss fu parzialmente raccolta da alcuni ex affiliati, tra cui quel Marco Barba che cerco’ di prendere in mano la vendita degli stupefacenti ma fini’ in carcere per l’omicidio del marocchino Khalid Lagraidi, del quale accuso’ addirittura la figlia.

Nel vuoto di potere creatosi attorno a Gallipoli, con i salentini ridotti a gestire il racket del pesce, e’ stato facile per i campani mettere le mani su tutto cio’ che consente di fare soldi, come sta verificando la Dda di Napoli. A partire dallo spaccio di droga alle migliaia di giovani che l’estate si riversano in riva allo Ionio, organizzato tramite un sistema di venditori africani, dai quali e’ praticamente impossibile risalire ai referenti italiani, nascosti da un apparato di vedette e luogotenenti. “Nonostante i numerosi arresti e le sentenze di condanna, i clan facenti capo a Pasquale Briganti, Cristian Pepe, Ivan Firenze e Antonio Penza appaiono operativi”, scrive il procuratore generale della Corte d’appello Antonio Maruccia, evidenziando come dal carcere i boss storici continuino a gestire affari, soprattutto quelli legati alla droga. Proprio nel traffico di stupefacenti gli interessi salentini si intrecciano con quelli albanesi, titolari in via esclusiva del trasporto di marijuana in Italia con migliaia di tonnellate sbarcate negli ultimi mesi e 26 tonnellate, per un valore di mezzo miliardo, sequestrate dalla finanza.

La geografia dei clan e’ comunque molto chiara agli investigatori: Pepe-Briganti nella citta’ di Lecce e immediato hinterland, “dove permane una fase di stallo e di quiete a causa della perdurante mancanza di una figura carismatica e aggregante”; Vincenti a Surbo-Trepuzzi-Squinzano; Leo a Vernole-Melendugno; Montedoro a Casarano; Giannelli a Parabita; Coluccia a Galatina; Padovano a Gallipoli; Scarcella a Ugento. Nei paesi, oltre alla vendita di stupefacenti, e’ diffusa l’usura legata alla crisi economica perdurante e alle difficolta’ di accesso al credito bancario, come emerso dall’operazione “Contatto” dei carabinieri, che a settembre ha portato in carcere esponenti del gruppo Coluccia e persino l’ex vicesindaco di Sogliano Cavour Luciano Magnolo. Il vero problema, come chiarisce la relazione della Direzione nazionale antimafia per il 2017, e’ “l’atteggiamento di complessiva omerta’ e scarsa collaborazione nella collettivita’ civile”.

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