Maturità: a che serve?

 Nell’ormai lontanissimo – e non solo per numero di anni – 1968, io affrontai le seguenti prove di esame: tema d’italiano; versione dall’italiano al latino; versione dal latino all’italiano; greco; orale gruppo scienze (storia, filosofia, matematica, fisica, geografia generale); prova teorica e pratica di educazione fisica; orale gruppo lettere (italiano, latino, greco, arte). Ogni materia, un voto; previsti rinvio a settembre e bocciatura. Voti strettissimi: io, con 8 8 8 9 9 9 7 7 8 8 (8,1 di media), uscii sui giornali.

Ai miei tempi, inoltre, io ero arrivato attraverso questo percorso di guerra: esame di passaggio dalla primina alla II elementare; esame di terza elementare; esame di ammissione alla media, che valeva anche licenza elementare; esame di terza media con versione di latino eccetera; esame di quinto ginnasio, un vero massacro: immaginate quanti erano rimasti per strada.

L’anno dopo, 1969, iniziò il Tana liberi tutti inventato da una pedagogia demenziale e demagogica: due scritti, e una materia orale scelta dal candidato… e l’altra pure. Un certo freno si pose verso gli anni 1990.

 In questa situazione, a che serve la maturità? Nemmeno fa da sbarramento e indirizzo, se poi chiunque può iscriversi a qualsiasi facoltà universitaria. Solo a costituire una specie di rito per i ragazzi, che, ignorando come andassero le cose fino al 1968, racconteranno a vita quelle che ritengono essere le difficoltà superate. Promossi, il 99% del mezzo milione e oltre di candidati. A che serve?

 A che serve, se il 95% dei candidati al concorso di magistratura è stato annientato agli scritti per robusti errori di grammatica prima che di diritto? Ed erano dei laureati, quindi, prima, erano stati dei maturati promossi al volo!

 Occorre un ripensamento della scuola in generale, ma senza bislacche teorie campate in aria, e conseguenti riforme che durano sei mesi, quanto il ministro di turno. Ecco un argomento del quale non parla nessuno, come se invece le cose andassero benone.

 Bisogna ripartire dalle elementari, cioè da grammatica e aritmetica.

Ulderico Nisticò