Maxi evasione fiscale tramite i Bitcoin, 48 indagati e diversi sequestri

L’operazione, partita dal capoluogo toscano, ha visto eseguire perquisizioni e sequestri (per circa 14 milioni e mezzo) in tutta Italia, Calabria compresa, in particolare a Crotone e Reggio Calabria, così come a Prato, passando per Ancona, Arezzo, Benevento, Bologna, Forlì-Cesena, Milano, Modena, Napoli, Monza-Brianza, Padova, Teramo, Verona, Vicenza e Reggio.

La tesi degli inquirenti è che tra il 2018 ed il 2020 gli arrestati abbiano riciclato i proventi dell’evasione fiscale. Per altri 44 imprenditori si ipotizza invece il reato di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte e per loro è scattato un divieto temporaneo di esercitare attività imprenditoriali.

I finanzieri spiegano che le aziende indagate, che sarebbero state aperte secondo il modello cosiddetto “apri e chiudi” e quasi esclusivamente gestite da imprenditori cinesi, erano per lo più attive nel commercio all’ingrosso di abbigliamento e calzature, ed operavano tra Toscana, Lazio e Campania. Nel giro di pochi anni avrebbero così accumulato debiti con l’erario sempre più importanti al punto da ricevere avvisi di accertamento e cartelle esattoriali per circa 15 milioni.

Intricato il canale scelto per il riciclaggio, col trasferimento del denaro in un grande paese orientale, sistema ricostruito dagli inquirenti grazie a una serie di rogatorie internazionali. La sostituzione dei proventi dell’evasione fiscale sarebbe avvenuta infatti col sistema exchange di criptovalute e il successivo trasferimento delle stesse su ulteriori portafogli virtuali (i wallet). Per tracciarne i flussi finanziari e i punti di conversione tra moneta corrente e criptovaluta, la Procura ha trasmesso ordini europei di indagine e richieste di rogatoria nei confronti di Germania, Lituania, Slovenia, Estonia, Liechtenstein e Seychelles.