Medici pagati per revocare le invalidità

Oggi, mentre bevete il vostro cappuccino, tenetevi forte al bancone del bar perché rischiate di non credere a ciò che state per leggere e potreste avere un mancamento e stramazzare al suolo.

L’Inps, a firma del suo presidente Tito Boeri, ha introdotto per la prima volta da quest’anno le prestazioni per malattia negate e invalidità revocate tra i criteri di valutazione utili alla retribuzione di risultato dei medici, senza per altro far riferimento a quelle indebitamente riconosciute. Cosa vuol dire tutto ciò? Secondo l’attuale “Piano delle performance” dell’ente, che ognuno può consultare sul sito, più il medico negherà prestazioni e più sarà pagato.

Durissimo il giudizio di Filippo Anelli, presidente dell’ordine dei medici italiani: “Cara Inps, il medico non si compra. Non siamo i medici dello Stato ma del cittadino. Questo incentivo, se confermato, è un’aberrazione per la professione medica e segna il tradimento di principi costituzionali. Chiunque debba valutare, sappia che siamo contrari“. Sulla questione, naturalmente, è intervenuta anche Giulia Grillo, Ministro della Salute: “Ho chiesto precisazioni all’Inps ma posso affermare che revocare prestazioni per raggiungere obiettivi economici viola il codice deontologico dei medici”.

Bisogna, però, prima di dare facili giudizi, capire cosa possa esserci dietro una manovra tanto assurda quanto pericolosa. Il punto focale, a mio avviso, è che spesso (troppo spesso), le varie commissioni mediche delle ASL regionali che sono chiamate a valutare lo stato psico-fisico dei pazienti, hanno, con estrema leggerezza, concesso stati di invalidità, più o meno permanenti, a soggetti che in realtà non ne avevano diritto. E, senza nasconderci dietro un dito, probabilmente dietro corrispettivo in denaro, meglio conosciuto come tangente. Questo ha comportato la lievitazione delle pensioni di invalidità e il relativo ingente esborso per le casse dello Stato che, attraverso l’Inps, era costretto a pagarle.

Quindi, la delibera firmata da Boeri nel marzo scorso (ma la notizia è trapelata solo ora, con sospetta colpevolezza dello stesso ordine dei medici che, magari, ha aspettato di capire cosa ci si poteva guadagnare dalla manovra), nelle intenzioni, ha lo scopo di arginare la deriva valutativa dei camici bianchi che poco ha a che fare con la reale competenza medica e troppo, invece, con pratiche meschine di carattere politico-delinquenziale. Entrambe le posizioni, quelle del OdM e dell’INPS, sono in bilico tra il “corretto ma non troppo” e “l’ingiusto di buon senso”.

Penso che non si possa arginare una pratica di cattivo gusto (oltre che penalmente rilevante) come quella di concedere facili pensioni di invalidità, costruendo un sistema legalizzato di tangenti che premia chi fa risparmiare soldi allo Stato. E’ squalificante nei confronti tanto dei medici onesti quanto degli stessi pazienti che, purtroppo, non si vedono riconosciuta una patologia invalidante soltanto perché non rientrano nelle dinamiche svilenti del nostro falso stato di diritto. C’è gente che meriterebbe la pensione di invalidità, ma non gli viene riconosciuta perché “non è compiacente” o semplicemente perché “i soldi stanziati dallo Stato non bastano perché investiti nei falsi invalidi“.

Se fossimo in una favola di Lewis Carroll, seguiremmo il nostro bianconiglio nel Paese delle Meraviglie e ci crogioleremmo al sole della giustizia sotto forma di controlli ficcanti sulle pratiche sanitarie di valutazione e licenziamenti irrevocabili dei medici corrotti e accomodanti. Invece siamo in Italia e, come il Tafazzi del trio Aldo, Giovanni e Giacomo, preferiamo martellarci i coglioni sperando che le nostre urla coprano le nefandezze biascicate in silenzio dai moralizzatori di Stato, che tutti conoscono alla perfezione, ma che non vengono denunciate perché tanto “prima o poi servirà anche a noi, o no?“.

Gianni Ianni Palarchio (Blog)