Meridionalismo infantile

Il Meridione d’Italia, con qualche disorganica eccezione, occupa saldamente gli ultimi posti d’Europa per ogni cosa seria; e ciò nel 2018, senza alcuna speranza di miglioramento per l’avvenire.
I numeri sono numeri e non opinioni. Il Sud, fino a cinque anni fa, era economicamente debole e malissimo governato e amministrato, ma almeno vantava una certa consistenza della popolazione: eravamo proletari, ma con prole! Oggi la Calabria è in coda alla classifica italiana della demografia, con invecchiamento e crollo delle nascite; e siccome i vecchi prima o poi non si saranno più, andiamo incontro allo spopolamento.
Fuori dalla logica la conclusione buonista e politicamente corretta che ci vorrebbe l’immigrazione: se la Calabria non dà lavoro ai suoi, tanto meno ne darebbe a stranieri!

Non dà lavoro, perché lo spopolamento è frutto avvelenato di un disastro strutturale degli anni 1970-80, chiamato “società di servizi”, e che era di fatto l’abbandono di campagne e botteghe per cercarsi un pigro posto fisso. Fiorì un prato di rose presto destinato a rivelarsi quello che era: verminaio e ortiche!
Non producendo niente, e non avendo più nemmeno i posti fissi, il Sud scivola verso il degrado irreversibile.
Bisogna correre ai ripari. E invece che fanno, i meridionalisti della domenica sedicenti borbonici e lettori di Pino Aprile? Ricorrono all’oppio cartaceo, e, lette fandonie, non solo le spacciano per vere, ma, quel che è peggio, ci credono.
Riassunto delle fandonie:

– prima del 1860, il Sud era “la terza potenza industriale del mondo”, poi arrivò Garibaldi, e, smontate le migliaia di fabbriche, le mandò a Torino, dove Cavour, munito di cacciavite, le rimontò personalmente, con l’aiuto di Vittorio Emanuele e sue molte donne;
– la prima ferrovia d’Italia fu la Napoli – Portici del 1839; a parte che nel 1860 il totale di ferrovie era di km. 99;
– tutto il Meridione godeva di pace e benessere, nonché mostrava la massima fiducia nei confronti del governo borbonico; a parte le insurrezioni della Sicilia nel 1820 e nel 1848-9…
– la flotta da guerra era “la seconda del mondo” dopo quella inglese, a parte che non sparò mai un colpo, e passò al nemico con i cannoni vergini;
– l’esercito era potentissimo ed esercitatissimo; però i generali tradirono a pagamento: davvero un bell’esercito, e fedele!
– primati incredibili; alcuni anche genuini, ma tutti in esemplare unico;
– le casse dello stato contenevano più denaro degli altri Stati italiani messi assieme; a parte che era denaro non speso, quindi come se non ci fosse.

Realtà. La realtà economica e sociale del Meridione (la Sicilia, un caso a parte) era variegata e contraddittoria:

– i contadini, pochi dei quali proprietari, vivevano di sussistenza, con scarsa o nessuna circolazione monetaria; la sussistenza consentiva, grosso modo, di campare, non esattamente sinonimo di vivere;
– i latifondi, tutti di origine murattiana e falsamente spacciati per antichi feudi, erano utilizzati in maniera estensiva e con poche migliorie;
– alcune aree potevano dirsi industrializzate, con aziende piccole e medie: Pietrarsa, Mongiana, i cantieri navali, le aziende tessili di Salerno e Villa S. Giovanni…
– piccolissimi opifici artigianali si trovavano un po’ dovunque: mulini, calcare, gualchiere…
– Napoli e Palermo erano le città più grandi d’Italia; gli altri centri abitati erano molto più modesti per abitanti e per economia, tuttavia sufficiente.

I fatti. Fino al 1849, il Regno, sotto Ferdinando II, mostrò vivacità economica e politica, e anche una certa presenza militare. Si chiude poi nell’isolamento diplomatico, e ignora i grandi sommovimenti europei: politica estera di Napoleone III; Guerra di Crimea; Congresso di Parigi; Seconda guerra d’indipendenza; annessione alla Sardegna di Milano, Bologna, Modena, Parma e Firenze; cessione alla Francia di Nizza e Savoia. A tutti questi eventi il Regno delle Due Sicilie resta totalmente estraneo, né amico né nemico di qualcuno. Il modesto e mal distribuito benessere esercita un effetto di corruttela su burocrazia e polizia; mentre soldati e marinai oziano in una pace senza prospettive di impiego.
Ferdinando II accentra sempre più ogni funzione del Regno; e intanto lo abbandonano le forze fisiche e morali: muore, non ancora cinquantenne, il 22 maggio 1859. Il figlio Francesco II, malissimo educato alle funzioni di re, non affronta gli eventi italiani. Avrebbe un valente ministro e condottiero in Carlo Filangieri, il conquistatore della Sicilia; ma con le sue continue indecisioni lo spinge alle dimissioni e all’esilio.

Allo sbarco di Garibaldi, facilmente vincitore dei decrepiti e inetti generali borbonici, Francesco II ha la pessima idea di riportare in vigore la costituzione del 1848, odiata da popolo e soldati, e che ai liberali parve una resa; e che comunque rimase sulla carta. Abbandona la capitale, permettendo a Garibaldi di entrarvi… in comodo treno.
La presenza del condottiero a Napoli con minaccia a Roma, e l’arrivo di Mazzini, mettono in agitazione l’Europa. Napoleone III spinge Cavour all’intervento; Vittorio Emanuele e Cialdini si annettono, per strada, Umbria e Marche.
A Francesco sono rimaste poche truppe, ma proprio per questo affidabili e fedeli. Tenta un contrattacco al Volturno, e riconquista Capua. Garibaldi è in difficoltà, e il suo istinto di guerrigliero lo aiuta a fermare l’offensiva borbonica; del resto breve, perché Ritucci e il re ritirano le truppe.

Garibaldi viene subito fermato ed esautorato da Vittorio Emanuele; e, quasi senza salutare, se ne va a Caprera. Dopo un breve scontro al Garigliano, Francesco si chiude in Gaeta fino al 13 febbraio 1861.
Divampa, ma tardi, l’insurrezione popolare borbonica detta poi brigantaggio, che per anni dilagherà nelle zone interne di Abruzzi, Puglia, Basilicata, con alcuni scontri a viso aperto, e con moltissimi episodi di guerriglia, e di controguerriglia e rappresaglia dell’esercito sardo poi italiano. Questo conterà più Caduti contro i briganti che nelle tre Guerre d’indipendenza.
Parole come “eccidi, stermini, massacri” e, ridicolmente, “genocidio” sono bufale immani per spacciare libercoli; o per vedere se si ottiene qualche soldino per la giornata di non so che!

Come si legge, è una verità grigia, senza né grandi glorie né grandi sventure. L’unificazione italiana avvenne a colpi di mano: ed era, in quegli anni, l’unico modo possibile. Eh, sarebbe piaciuto anche a me vedere incoronare un re d’Italia come nel 1871 l’imperatore di Germania in Parigi conquistata con le armi! E anche poter ricordare un Volturno come gli Americani celebrano Gettysburg con 150.000 Caduti da ambo le parti della Guerra civile. Ma non andò così, fu tutta una cosa all’italiana, alla buona.
I meridionaldomenicali invece tentano di darsi importanza, o in bello (terza potenza) o in orrendo (genocidio): è lo stesso procedimento per cui ogni morto di fame di paese del Sud dice “mio nonno era barone”; e, in spregio del ridicolo si vanta: “era ricchissimo, ma si giocò tutto alle carte”, segue risata idiota. Ragazzi, se davvero il nonno era barone e si giocò alle carte tutto, ed ha pure perso, ci sarebbe (scusate!) da fare la pipì sulla tua tomba, altro che vantarsene.

Comunque, al nonno barone non ci crede nessuno; e lo stesso al genocidio e alla potenza industriale.
Idem: se davvero (lo dico per ridere) il Meridione era un Regno Settebellezze, e cadde lo stesso in tre mesi, ponetevi qualche interrogativo. Non è che lo stesso motivo per cui la Calabria è l’ultima d’Europa, dopo essere stata governata (ahahahah!) da presidenti e vicepresidenti tutti di nascita calabrese, e tutti uno più inutili e dannosi dell’altro?

Ulderico Nisticò