Michelina e la lettera dell’UE

Mentre con la metà sentimentale assistevo commosso al mio “Eleonora e Michelina”, mirabilmente recitato dai ragazzi dell’Istituto Superiore di Chiaravalle, con la metà razionale del cervello (sono dei Gemelli, io), riflettevo sulla caduta del Regno delle Due Sicilie. Cause politiche interne, l’assenza di un partito borbonico organizzato; cause politiche esterne, la passività di fronte ai sommovimenti d’Europa e d’Italia; cause militari, l’assenza di esperienze di guerra dopo il 1849.

E quelle economiche e finanziarie? Un’economia di sussistenza sufficiente a far campare (campare!) la popolazione; produzione ed esportazione di derrate con scarso valore aggiunto; accumulo nelle casse dello Stato di denaro non speso.
Tornato, soddisfatto del successo, a casa, e ripiombato dal XIX al XXI secolo, ho visto i tg della notte, con la letterina dell’Unione Europea, e la risposta, non chiarissima, di Visco e del Governo. L’Europa dice che dobbiamo mantenere i vincoli di bilancio, cioè spendere meno e incassare di più. Spendere meno, quindi ridurre gli interventi dello Stato; incassare, quindi mettere più tasse.

L’abbiamo visto con Monti e con la Fornero. Abbiamo speso di meno, abbiamo patito ondate di tasse, e non abbiamo risolto un bel niente, anzi, Monti aggravò moltissimo la situazione dell’economia reale.
Cos’è l’economia? La parola compare in un pensatore ingiustamente sottovalutato, Senofonte, il quale scrive un trattato, l’Economico, sul governo della casa, in cui affida al marito il compito di procurare le risorse, e alla moglie quello di amministrarle: la stessa situazione, del resto, della casa di Ulisse negli ultimi libri dell’Odissea… proci mangioni a parte, subito eliminati dallo spiccio eroi.
La moglie, e per lei l’ancella dispensiera (tamìa, la “tagliatrice”) sono per natura econome, anzi tirate e pesanti, e, con disciplina, fanno bastare a tutti le risorse, senza sprechi. Il marito, però, dovendole procurare, e perciò operando all’esterno della casa e in rapporto con altri e con le cose, non può, per esempio, risparmiare sul grano da seminare o sul fieno da dare ai buoi, perché l’unico risultato che otterrebbe sarebbero buoi morti di fame e campi pochissimo e niente produttivi. Per avere il grano abbondante, bisogna abbondante seminarlo; e dopo aver arato la terra con buoi robusti e ben nutriti… e, cosa importantissima, contenti del padrone e disposti a collaborare. Riassunto: la produzione dev’essere vivace, e la distribuzione oculata; e occorre anche una cultura di entusiasmo nazionale e cooperazione tra i ceti sociali.

Il Regno Due Sicilie teneva oro nelle casse, e non faceva lavori pubblici, e non teneva in efficienza l’esercito… e crollò. Il Regno di Sardegna di Cavour era sì robustamente indebitato, però il Piemonte era fitto di ferrovie e strade, e l’esercito sapeva il fatto suo ed era potentemente armato. Ripassatevi dal 1855 al 1861.
In termini moderni, l’economia deve muoversi, girare: quando il denaro gira, gira – non certo in parti uguali, o sarebbe un disastro – per tutti; e anche i mendicanti prendono più elemosine.

Quando i soldi stanno fermi, non solo non girano quasi per nessuno, ma non esistono:

“usus pecuniae est in emissione ipsius”,

il denaro ha la funzione di essere speso; e non lo ha detto un bieco plutocrate, ma san Tommaso d’Aquino! Il denaro non speso, semplicemente non c’è; o farà la fine del vino conservato sotto cento chiavi, che un nipote scialacquerà versandolo sul pavimento. Così canta Orazio. “L’avarizia si oppone all’economia più della prodigalità”, insegna il pensatore francese La Rochefoucauld, del XVII secolo.

Qui, in questo 2019, in questa Europa, si scontrano due linee, quella del rigore dei conti, cioè dell’economia di carta, nominale, finanziaria; e quella dell’economia reale, che usa il denaro per produrre cose, quindi altre cose; e altro denaro, che, prima o poi, finirà in tutte le tasche.
L’Italia ha urgenza di una grande politica di lavori pubblici, per due ragioni:

– il territorio soffre di arretratezza o persino carenza di strutture: vecchissime strade, ferrovie insufficienti, sistemi fognari inadeguati, dissesto e scarsa igiene…
– qualsiasi lavoro pubblico richiede lavoro privato: e l’operaio che lavora compra le scarpe al figlio, e così il negoziante compra… eccetera.

Ovvio che i lavori devono essere seri (esempio, i ponti del 1935 sono sanissimi; quello di Germaneto cadde dopo pochi mesi!!!), e rapidi, e pagati subito; e non ci devono mangiare sopra né la criminalità conclamata (5% del mangia mangia) né i sedicenti onesti (almeno il 30!).

Ma se tra l’idea di un lavoro pubblico e la sua esecuzione se la stanno a pensare o discutono o litigano, allora, per chiudere con la storia, sarà come la statuetta della Madonna di Torre, che, promessa dal devotissimo Ferdinando II nel 1858, ripromessa dall’ancor più devoto Francesco II nel 1859… risulta mandata dal massone e peccatore Vittorio Emanuele alcuni anni dopo. A sua insaputa, come la casa di Scajola!
Perciò, Lega e 5 stelle la smettano di parlare, e inizino i lavori. Se l’Europa è d’accordo, bene; se no, se ne faccia una ragione.

Ulderico Nisticò

 

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