Quarantacinque anni fa il fortuito ritrovamento della suggestiva tela dell’“Immacolata” nella chiesa di Montepaone che lo storico dell’arte Alfonso Frangipane attribuisce al pittore napoletano Giovanni Bernardo Lama (XVI sec.). Qui di seguito la ricostruzione di quell’evento tratta da una breve memoria del giornalista Francesco Pitaro che, insieme con don Mario Squillace, ne fu promotore e artefice.
Se è vero che, come afferma Cicerone, «una casa senza libri è come un corpo senza anima», invertendo i termini della proposizione, come si potrebbe definire una casa stracolma di libri? «Una casa il cui proprietario trabocca amore», mi risponde il mio interlocutore.
Amore per lo studio tout court, amore per la conoscenza, desiderio di colmare la spaventosa ignoranza, nel senso socratico ovviamente. Se poi in mezzo a tutta questa mole di libri ve ne sono non pochi, anzi moltissimi, che riguardano la Calabria con la sua storia, la sua letteratura, il suo patrimonio artistico e archeologico, allora ciò che traspare è una morbosa passione per tutto ciò che attiene a quanto di meglio e di edificante ha espresso la propria terra nel corso dei secoli.
Così appariva la casa del “mio interlocutore”, don Mario Squillace (1927-1992), prete, saggista, giornalista e “innamorato della Calabria, oltre che di Tommaso Campanella” – come amava definirsi – allorché vi misi piede per la prima volta agli inizi degli anni Ottanta del secolo scorso. Vi erano libri stipati in ogni dove, persino in camera da letto; libri di storia e di letteratura, saggi politici, di storia sacra, di attualità. Lo sguardo si smarriva, tanti erano gli argomenti che quei volumi trattavano, tutti meticolosamente ordinati per argomento, con cura che oserei definire maniacale.
Ma la mia sorpresa più stupefacente fu quando mi soffermai volutamente sugli scaffali che custodiva la pubblicistica calabrese. Buona parte di quei volumi – al netto di un paio di incunaboli del Capialbi, un’antica edizione rilegata in marocchino dei Libri poetici della Bibbia di Saverio Mattei e di una rara quanto preziosa edizione dell’Inferno di Dante commentata da Gregorio Di Siena – la custodivo anch’io nella mia, a confronto, modesta libreria personale.
Di quelli che a frullo d’uccello rammento, vi erano i tre volumi di Lenormant; i saggi odeporici dei maggiori protagonisti del Grand Tour – Gissing, Douglas, de Saint-Non, Lear ecc. –, i due volumi di padre Giovanni Fiore editati dalla libreria Forni, un terzo stampato da Frama Sud; Barrio, Marafioti, Zanotti Bianco, padre Francesco Russo e la sua pregevole Storia della Chiesa in Calabria, padre Le Pera, le poesie complete di Campanella; e poi, Alvaro, La Cava, Perri, Seminara, Altomonte, Strati, De Angelis…
E ancora, Gambino, Piromalli, Crupi, Borzomati, Bevilacqua, Aliquò-Lenzi-Taverniti, Valente… E tanti, davvero tanti, che per averli avevo sperperato tutti i miei presalari universitari per la disperazione di mio padre. Tra questi, la mia mano si posò su un interessante quanto istruttivo volume, Inventario degli oggetti d’arte d’Italia, La Calabria (Libreria dello Stato, Roma, 1933) di Alfonso Frangipane.
«Fra i molti volumi che abbiamo in comune – dissi – in questo qui di Frangipane c’è qualcosa che da tempo mi intriga particolarmente. Ed è là dove, alla voce “Montepaone” (paese di origine di mia madre) sono elencati gli oggetti sacri che vengono custoditi (tra gli altri, un piviale e due pianete appartenuti al vescovo di Aquino e Pontecorvo, Francesco Spadea) è annoverato anche un quadro del XVI secolo, “Immacolata, dipinto su tela della Vergine circondata dai simboli delle laudi, m. 1x 1,60 (G.B. Lama?)”. Oltre a una Madonna del Rosario “seduta in trono, con in alto graziosi angioletti, ed in basso i santi Domenico e Rosa: m. 1×1,50. Discreta conservazione. Maniera del pittore napoletano della seconda metà del secolo XVII (Ippolito Borghese?)”».
A quale Giovanni Bernardo Lama si riferisse il pittore e storico dell’arte catanzarese, è a dir poco dubbio, giacché quasi coevi ne esistettero due in Napoli con lo stesso nome ed entrambi pittori di un certo rilievo. Per analogia con altre Madonne simili in quanto a stile, colore, tecnica alla nostra, l’autore dell’interessante volume sul patrimonio artistico e religioso calabrese si è spinto a supporre che si tratti di «questo insigne pittore – come scrive un cronista del tempo – figlio di un tal Matteo, ordinario pittore, e migliore scultore», nato a Napoli all’incirca nel 1506 e colà morto presumibilmente nel 1579 (cfr. Domenico Martusciello, Biografia degli uomini illustri del Regno di Napoli, Tomo IV, 1817). Si sarebbe formato quindi sui disegni di Giovanni Antonio Amato il Vecchio, e si sarebbe perfezionato successivamente «sulle stampe del divin Raffaello». Quindi «unendo la maniera dell’Amato, suo maestro, carico di ombre, a quella dolce e perfetta dell’Urbinate, formò la sua prima maniera, che partecipava dell’una e dell’altra… acquistando una seconda maniera tutta dolce, espressiva ed amena».
A quel punto manifestai a don Mario il desiderio che insieme si facesse, come dire, un sopralluogo nella chiesa parrocchiale di Montepaone perché mi sarebbe piaciuto osservare questi due dipinti. Grande fu la mia delusione quando il dotto sacerdote mi mise a parte del fatto che della seconda tela, sì, aveva certamente contezza; infatti era, ed è tuttora, esposta alla venerazione dei fedeli nella navata laterale sinistra. Ma della prima, quella attribuita al Lama, «ti confesso di non averne mai sentito parlare, e te lo dice uno che fin da bambino è cresciuto al seguito dell’arciprete Giorla», parroco di questo paese dal 1929 al 1953.
Non solo, ma nessuno in paese sapeva alcunché di questo dipinto, neanche le persone più avanti negli anni e considerate per molti versi la memoria storica della comunità. Lo stesso don Graziano Fodaro (1908-1983), parroco dal 1953 al 1983, da noi due contattato poté darci delucidazioni migliori e più dettagliate. Buio pesto in cui brancolavamo alla ricerca della… tela perduta. Tanto che a un certo punto don Mario si era venuto convincendo che quel dipinto non fosse mai esistito e che si fosse trattato di una topica madornale dell’autore di quel saggio; o al più che fosse stato trafugato in chissà quale anno e in chissà quale arcana e complicata circostanza.
Qualche anno dopo (1981), insistetti a che si facesse un ultimo disperato tentativo, una vera e propria ispezione negli anfratti della sagrestia e, nel caso ce ne fosse stato bisogno, finanche sull’ampio cornicione interno, chissà mai spuntasse fuori quella tanto agognata tela. Auspice don Mario, che si fece mediatore con don Fodaro, ci presentammo in canonica dal parroco che ci accolse con molta cortesia e affabilità.
Erano appena cominciati dei lavori di restauro, ricordo; in sagrestia e in canonica c’erano mucchi di calcinacci. Vi rovistammo dappertutto, nessuna traccia. Entrammo in una disadorna e malridotta stanzetta, con all’interno una porticina che dava sullo spiazzo retrostante dove sopravanzava un vecchio zampillo in cemento. Niente. Ispezionammo finanche il pulpito, che in seguito sarebbe stato demolito, a cui si accedeva mediante una scaletta interna dalla navata laterale destra. Nulla di interessante. Sicché l’occhio mi cadde, d’istinto, o per illuminazione, chissà, per terra in una rientranza dietro l’altare maggiore. Scossi col piede, oltre ad altri logori oggetti privi di valore, un qualcosa che sulle prime mi parve essere un vecchio tappeto consunto, arrotolato e piegato in due. Più per scrupolo di coscienza che per convinzione, mi chinai, ne dischiusi un lembo… Indescrivibile fu l’emozione quando vi scorsi un corno della mezzaluna ai piedi della Madonna.
E dire che quella tela arrotolata giaceva lì negletta da chissà quanto tempo, cinquant’anni o forse di più, e senza che nessuno si prendesse la briga di andarla a rimuovere o ad almeno essere punto dalla curiosità di verificare di che cosa si trattasse. Circostanza, questa, che avvalora, come se ce ne fosse ulteriormente bisogno, la tesi del padre della letteratura gialla internazionale Edgard Allan Poe, secondo cui «Il modo migliore per nascondere qualcosa è di metterlo in piena vista».
Lascio immaginare le condizioni nelle quali quel capolavoro cinquecentesco versava: immagine sbiadita dalla polvere che vi si era depositata; colori vivaci e intensi virati nel più grigio pallore; graffi dappertutto; segni di screpolature per le tante pieghe subite! Nulla a che vedere con l’esemplare in bianco e nero pubblicato da Frangipane la cui fotocopia in tasca mi faceva da guida oltre che da viatico. Mi parve di essere diventato un redivivo Schielmann quando scoprì le antiche rovine di Troia riportando alla luce quello che credette essere il tesoro di Priamo. Soddisfazione largamente condivisa da don Mario che mi stava accanto e da don Graziano che ci attendeva, poco distante, davanti all’altare maggiore. Restammo d’accordo di non fare parola con nessuno e che la tela rimanesse, così come l’avevamo trovata, sopra un armadietto posto in un angolo della canonica. In attesa che fossero finiti i lavori di rifacimento degli interni della chiesa, programmati da lì a breve, e deciso il modo per farla restaurare.
Don Graziano, due anni dopo passò a miglior vita; gli succedettero altri sacerdoti a Montepaone con il titolo di economo curato (don Raspa, don Pascolo, don Fossella) fin a padre Francesco (al secolo, Giuseppe Rattà). Fu con quest’ultimo, dapprima economo e successivamente parroco titolare della parrocchia, che concordammo, sempre con don Mario come trait-d’union, di contattare un centro di restauro – fiorentino, se ben ricordo; delle fasi successive al ritrovamento non mi sono più occupato –, e spedire colà la tela perché venisse riportata, opportunamente incorniciata, al suo attuale fascino e suggestivo splendore.
Francesco Pitaro