Overdose di diritti senza doveri

 Cominciamo ad avere tutti le tasche piene dei diritti, anche, soprattutto perché ai diritti non c’è mai fine e non bastano mai, come agli alcolizzati il cattivo vino. C’è una gara a chi promette più diritti, e diritti di qualsiasi tipo secondo e senza e contro natura; e uno di questi giorni qualcuno pretenderà il diritto di guidare un’astronave e salire su Marte; e quando gli si fa notare che a guidarla dev’essere un astronauta patentato, mi pare di sentirlo urlare: “E perché io no?” Fu così che Satana si ribellò a Dio: “Perché Lui sì e io no?”; e sappiamo come andò a finire.

 A proposito. Le religioni concedono, con calma, alcuni diritti, ma soprattutto impongono doveri verso Dio, la comunità, la famiglia e se stessi.

 Sistemata la teologia, passiamo alla filosofia classica. Così lasciò scritto Aristotele: ἄνθρωπος ζῷον πολιτικὸν φύσει, che, parola per parola, è: l’essere umano [è] un vivente comunitario per natura. Comunemente e malamente tradotto animale politico. Attenzione, per natura; cioè un essere umano [nota: ἄνθρωπος è un nome di genere comune: maschio/femmina] nasce in una comunità; e non è una monade di Leibnitz, e non è il presunto buon selvaggio di Rousseau che per caso e volontariamente si unisce ad altri selvaggi trovati per caso; no, nasce in una famiglia, in un popolo, ne parla la lingua, ne fa parte. Leggete con attenzione Giovan Battista Vico.

 Dopo il XVIII secolo zeppo di diritti e finito con i massacri giacobini e la ghigliottina di Robespierre e i saccheggi napoleonici, tornarono in mente i doveri. Questi, insegna Kant, sono “categorici”, cioè insiti nell’animo umano; e si devono compiere come “legge morale dentro”. Fichte riscopre la Nazione; Hegel, lo Stato. Mazzini scrive “I doveri degli uomini”, e si oppone a Marx.

 E qui di gente che ha compiuto il suo dovere, ne possiamo elencare tanta da occupare migliaia di pagine. E ogni genere di dovere e per qualsiasi motivo: Stakanov spalò da solo 18 tonnellate di carbone per la patria sovietica; e, l’ultimo giorno di Alamein, un ufficiale così informò per fonogramma: “Carri nemici fatta incursione sud; con ciò, Ariete accerchiata; carri Ariete combattono”. Poche parole, degne dell’intera Iliade! Mi fermo qui, o non finirei mai.

 Tuttavia, e qui chiamiamo in causa la psicologia, è più facile spalare e morire, che compiere ogni giorno dei doveri meno esaltanti, meno epici, meno destinati alla gloria; e quotidiani e noiosi, come quelli che una volta si chiamavano “doveri del proprio stato”: per un professore, insegnare; per un medico, curare; per un operaio, lavorare con arte; per un re e politico, ben governare… E ciò si ottiene attraverso una corretta educazione in famiglia e a scuola: se il prof arriva in orario, deve e può pretendere lo stesso dai suoi allievi; se no, scatta il vizietto di darsi una mano a vicenda, di chiudere un occhio e due.

 E guardate che i diritti sono come i bignè: uno piace, due piacciono, quattro disgustano; e così è l’amerikanissima ricerca della felicità, una condizione irraggiungibile, per sua natura, se non qualche minuto, e poi passa, anzi annoia. Il primo viaggio di Colombo fu una spaventosa ed esaltante avventura in compagnia di pochi eroi e molti non meno eroici pendagli da forca; il secondo, una tranquilla crociera; il terzo e il quarto, un disastro, ed era meglio se ne andava alle Canarie a gestire le proprietà della defunta moglie.

 Servono dunque doveri, e con essi i corretti diritti, che non sono infiniti e indefiniti. Per esempio, è universale il diritto alla vita; ma non significa mica il diritto all’immortalità, e prima o poi… E per me come per ognuno di noi, viene prima il diritto alla mia, e di ognuno, vita, e poi quello dell’eventuale aggressore a mano armata. Comandamenti e Codice Penale alla mano.

 Il diritto all’istruzione non significa diritto alla promozione; eccetera. Il diritto a tirare quattro calci con gli amici non comporta il diritto ad essere convocati in Nazionale.

 Se no, sapete che succede? Che per non offendere chi, per evidenti motivi fisici, non ha diritto alla Nazionale, noi, in nome dell’uguaglianza in basso, anzi bassissimo, non schieriamo la Nazionale.

 Sto scherzando? Ma no: era il 1964-5 quando – e non mi fate fare nomi di persone e luogo – qualcuno ci lesse un articolo che condannava il fatto che noi ammirassimo i calciatori bravi in quanto bravi e non in quanto “persone umane”, anche se fossero brocchi e sovrappeso e senza il minimo allenamento. Giuro, lo ricordo benissimo. E giuro che, all’età di anni 14-5, non prestai al predicozzo la benché minima attenzione. Ci mancava pure…

Ulderico Nisticò