Parlamentarismo, partitocrazia, repubblica presidenziale

 Teniamo una seconda lezioncina di diritto costituzionale, questa volta prendendola alla lontana. Nel 1848, Carlo Alberto, re di Sardegna, concesse lo Statuto, detto perciò Albertino (SA). Come tutte le carte europee dell’Ottocento, anche lo SA replicava un assetto senza carta, quello britannico, e prevedeva un senato di nomina regia e una camera elettiva; e una netta separazione tra potere legislativo, le due camere, e potere esecutivo, che restava nelle mani del re, il quale “nominava e revocava i ministri”.

 Siccome quello che conta è il fatto, il fatto sfuggì subito di mano ai suoi autori. Il senato divenne sempre più rappresentativo e meno politico; mentre la camera, attraverso la concessione o no dei fondi pubblici, di fatto assunse il controllo del governo, e la nomina da parte del re fu sempre di più una formalità, mentre la decisione effettuale passava ai partiti (allora, correnti dei liberali), o piuttosto ai loro capi. Tanto più che, se Vittorio Emanuele II (1849-61, re di Sardegna; ’61-78, re d’Italia) voleva dire la sua in politica e in guerra, il figlio Umberto I (1878-1900) e il nipote Vittorio Emanuele III interpretarono la funzione regia come un compito notarile di volontà espresse nei partiti della camera. Si levò un diffuso sentimento antiparlamentare, rappresentato dal famoso articolo di S. Sonnino del 1 gennaio 1897, “Torniamo allo Statuto”, che propugnava un rinnovato potere del re. Nel 1914, l’interventismo s’impose su una camera neutralista; dal 1918 al 22, sorsero e caddero non so quanti governi inetti; dal 1922 al 43, il regime fascista fu, da un punto di vista costituzionale, un esecutivo di nomina regia e nettamente prevalente sul legislativo. Quasi tutti i provvedimenti legislativi fascisti furono “regi decreti” (RD), quindi emanati dal governo e poi convertiti in legge dalle due camere, dal 1925 a partito unico.

 Ora, state bene attenti qui. La costituzione del 1948, stando alla forma, dice la stessa identica cosa dello SA del 1848: il presidente della Repubblica nomina i ministri… E, come accadde allo SA, anche la carta del 1948 fece la fine di un assetto parlamentare, con funzione notarile del presidente: di fatto un assetto partitocratico. Basta consultare l’elenco degli innumerevoli governi e governicchi della cosiddetta Prima repubblica; e la faccenda non è migliorata nella cosiddetta Seconda.

 La cd Seconda, con il maggioritario, doveva cambiare le cose; ma abbiamo visto e vediamo due fenomeni curiosamente concomitanti e contraddittori: due camere fotocopia una dell’altra, e partitocratiche; e governi che mandano avanti le cose con una specie di RD, cioè leggi che le camere approvano zitte e mute.

 La Francia, dalla caduta di Napoleone III (1870) aveva attraversato una simile vicenda, finché nel 1962 De Gaulle pose fine ai balletti, e stabilì l’attuale semipresidenzialismo. Non mi pare che dal 1962 i Francesi stiano piangendo per nostalgia dei governicchi che anche lassù cadevano come le foglie.

 Del resto, i sistemi politici non sono eterni, e non ce n’è uno buono o uno cattivo in sé, ma solo sistemi adatti o non adatti a reggere un popolo.  E nessun sistema garantisce che l’eletto a qualsiasi cosa sia valido o no. Se una classe dirigente non si forma sul campo, “un Marcel diventa ogni villan che parteggiando viene”, cioè i partiti eleggono un Pincopalla qualsiasi.

 Partiti che, a loro volta, nemmeno si disturbano a tenere i congressi e a procurarsi iscritti. Abbiamo così una partitocrazia nei partiti all’interno della partitocrazia dei partiti.

 Se qualcuno mi chiede come la penso, ebbene: presidente con reali poteri; governo nominato dal presidente; una camera politica di un centinaio e non più di membri; e una camera corporativa e dei corpi intermedi, idem per non più di cento. Insomma, come direbbe Sonnino, Torniamo allo Statuto. 

Ulderico Nisticò