Per la giornata della lingua greca


 Domani, 9 febbraio, è la giornata della lingua greca. So di alcuni Licei che degnamente la celebrano; di altri, non ho informazioni. Tanto meno so qualcosa della Facoltà di lettere dell’UNICAL. Nel dubbio, me la festeggio per conto mio.

Comincio con l’ovvia, però per molti sorprendente dichiarazione che il greco non esiste, e, in età classica, una lingua greca si formerà solo nel mondo ellenistico, e sarà detta lingua comune, κοινὴ διάλεκτος, ed è quella del Ginnasio, oggi banalmente retrocesso a Primo Liceo.

In età classica propriamente detta, esistono i dialetti letterari ionico epico, ionico moderno, attico, dorico, eolico… e tantissimi altri attestati solo da iscrizioni. Fatta questa utile premessa, parliamo anche noi, per comodità, di lingua greca, o semplicemente il greco.

In età storica, il greco venne parlato in Grecia e nelle colonie di Anatolia, Mar Nero, Crimea, Cirenaica, Italia, Sicilia, Gallia, Spagna, poi Egitto, Siria, e nei regni indogreci. Venne poi usato come lingua veicolare in tutto il Mediterraneo, nei Balcani, in Africa, e, per commercio o per gusto o per vezzo, a Roma. La conoscenza del greco era strumento elementare di ogni trasmissione di cultura.

Regredì poi dall’Occidente, e tanto più con la separazione degli Imperi (395). Quello d’Oriente, che fino all’ultimo si chiamò τῶν Ῥωμαίων, dei Romei, ufficialmente parlava latino, ma di fatto un greco ormai con caratteristiche proprie sia fonetiche sia grammaticali. Visse come lingua della Chiesa e della cultura, mentre il greco parlato, δημοτικὴ γλῶσσα, francamente degenerava, e si riduceva per territorio a parte dell’attuale Grecia.

Con l’indipendenza dagli Ottomani, venne creata, letteralmente creata, una lingua “purificata”, con il recupero forzato della declinazione dei sostantivi, prima ridotta ai soli articoli. Fu un vero dramma sociale e con palesi risvolti politici, ormai risolto con l’adozione di un greco statale, e, per legge, la riforma monotonica del tipo Αθήνα per Ἀθῆναι, per altro leggendo “adine”.

Torniamo al greco classico. È una lingua indoeuropea del gruppo kentum, autonoma anche se forse connessa con lingue dei Balcani e dell’Anatolia, inclusa quella dei Troiani. Del resto, l’acqua degli Ittiti si chiama wadar come ὕδωρ, e anche come water… e pure wadar ha una declinazione anomala: wadanas, wadani… Sorpresa?

Il greco classico ha tre declinazioni: in α, in ο e atematica. Degli otto casi indoeuropei, restano nominativo, genitivo, dativo, accusativo, vocativo; gli altri casi sono stati assorbiti per sincretismo, o appaiono, impropriamente, come avverbi: χαμαί, οἴκοι, ἶφι, θεόθεν… Per effetto delle contrazioni e altri fenomeni fonetici, si rese utile, poi quasi indispensabile fare uso degli articoli, la cui declinazione è rigorosamente conservativa.

Il vocabolario greco è ricchissimo, con evidenti apporti di sostrati pregreci e adstrati. E la sua ricchezza più viva è la capacità di coniare nuovi termini attraverso alcuni concetti fondamentali: si pensi a λόγος, τρόπος, σοφία, φίλος, κακός, καλός… Basti, in questa sede, la differenza intrinseca tra σοφία, sapienza divina innata, e φιλοσοφία, tendenza a una sapienza nuova mentre di quella in atto si dubita.

Il greco ha sviluppato una grande letteratura in versi e poi prosa, purtroppo in larga parte perduta. La poesia nasce come espressione del popolo, della città, per divenire solo dopo anche personale, pur nel rispetto indiscusso dei generi e dei loro linguaggi.

C’è un greco del dialetto calabrese. Innumerevoli sono le parole di derivazione greca: argasia, khalona, rhema, sporìa, stracu… Tantissimi i cognomi, compreso il mio. Toponimi classici sopravvissuti sono solo Crotone e Reggio tra le città (Locri, per dirne una, si chiama così dal 1934), ma infiniti sono i toponimi agresti del tipo Bambacati, Caresta, Cupellaci. E concludiamo con i Santi greci Agazio, Andrea, Barbara, Caterina Martire, Giorgio, Gregorio, Nicola, Pantaleone, Teodoro…

Così ho celebrato, almeno io, la giornata della lingua greca. Auguri.

Ulderico Nisticò