Per una storia del cinema in Calabria (Seconda parte)


cinema1Si stacca da questa rappresentazione il film TERRA SENZA TEMPO 1950 di Silvestro Prestifilippo, regista “locale” (messinese), che affronta una tematica sociale e la realtà calabrese. Con il film IL SENTIERO DELL’ODIO 1950 di Sergio Grieco per ammissione del regista, viene applicato all’ambiente e al paesaggio calabrese lo schema del western americano. Con CARNE INQUIETA 1952 sempre di Prestifilippo si ha la sensazione che si voglia fare un film “a effetto” subendo consistenti tagli dalla censura. Con TEMPO DI AMARSI 1955 di Elio Ruffo torniamo a un film con taglio documentaristico che è l’universo dove meglio si focalizzano le situazioni e le contraddizioni di una terra martoriata. Con IL BRIGANTE 1960 di Renato Castellani torniamo laddove il cinema calabrese è cominciato: accusa ingiusta per un delitto non commesso, la vendetta, la macchia e l’andare incontro alla morte consegnandosi ai carabinieri.

I paesaggi pittoreschi offuscano le problematiche di questa terra e dei suoi personaggi. DUELLO NELLA SILA 1962 di Umberto Lenzi apre il decennio tornando al tema dei briganti e della vendetta: girato nella campagna del viterbese! Con UNA RETE PIENA DI SABBIA 1966 di Elio Ruffo si parte dall’idea di realizzare un documentario turistico in Calabria e in itinere si passa alla denuncia sociale. Il film pone l’interrogativo di fondo di “come” mostrare la Calabria cioè nella vasta problematica meridionalistica oppure nell’esaltazione delle bellezze paesaggistiche. La risposta è: in nessuna delle due, ma comunque i film di Ruffo e di Prestifilippo sono da considerarsi diversi dalla produzione corrente anche perché sono autoctoni. UNA RETE PIENA DI SABBIA ri-solleva dunque la questione di cosa sia meglio raccontare della Calabria, le sue bellezze e/o le sue scottanti verità il più delle volte connesse alla criminalità, al disagio sociale e ai ritardi strutturali. La Calabria come “paesaggio”, trionfo del patrimonio naturalistico e ambientale, natura che rappresenta se stessa, libera da altre incombenze, “location” ideale e selvaggia per ambientare i film. Oppure una Calabria contenitore di problematiche più complesse. Ognuna delle due scelte può sembrare parziale, riduttiva, ognuna con un rischio e un eccesso: lo stereotipo da una parte, il cartolinesco dall’altra. La questione è ancora aperta: cinema di denuncia, di inchiesta, di approfondimento sociale; oppure una cinematografia più libera di rappresentare un paesaggio in quanto tale.

La Calabria si offre come scenografia ambientale per film di diversa natura: questo spiega perché tante produzioni e registi sono venuti in Calabria per realizzare i loro prodotti. Sotto questo aspetto la Calabria è duttile, e si va dai primi film neorealisti, ai film storici, ai film antropologici, ai film di conflitto sociale, a quelli ispirati dalla cronaca, dalla corruzione politica, dalla ‘ndrangheta. Un’altra calabrese di origine, Anna Brasi, realizza con ANGELA COME TE 1987 un film che descrive l’universo femminile quindi scostandosi di netto dai contenuti e dalle tematiche standardizzate, e dove la Calabria fa da sfondo al rapporto madre/figlia delle due protagoniste. Con RAGAZZO DI CALABRIA 1987 Comencini dichiara di aver voluto girare una “favola” e decisamente questo film come il contemporaneo ANGELA COME TE segnano una rottura (magari involontaria) rispetto alla produzione commerciale precedente. Il ragazzo si ostina a eccellere nella sua specialità, la corsa, quasi a simboleggiare una voglia di riscatto e di autoaffermazione. Temi già presenti del resto anni prima in TERRA D’AMORE del 1984 medio metraggio d’esordio alla regia di Maurizio Paparazzo, calabrese anch’egli. Tre film antesignani di un modo di fare cinema e di una svolta che andrà assumendo nei decenni successivi connotazioni più consapevoli.

E’evidente che a un certo punto esploda l’esigenza da parte di alcuni registi soprattutto autoctoni di raccontare un’altra Calabria, qualunque essa sia, nella quasi impossibilità da parte loro di farsi sentire, di penetrare una muraglia predefinita di aspettative e di codici narrativi schematizzati. IL RAGAZZO DI CALABRIA passa il testimone ad altri “ragazzi” che a partire dalla fine degli anni ’80 diventano i protagonisti dei film, insieme alla ‘ndrangheta. Nel 1970 Gianni Amelio con LA FINE DEL GIOCO aveva già introdotto la figura di un giovane del riformatorio che viene intervistato. Ma saranno il film FAIDA 1987 di Paolo Pecora e IL CORAGGIO DI PARLARE 1987 di Leandro Castellani a rilanciare e a segnare il cinema successivo inaugurando un filone che monopolizzerà gli anni ’90. Qui il contesto di riferimento sarà la cronaca: faide familiari, sequestri di persone, l’essere testimoni involontari di omicidi e rese di conti, il gusto per le carneficine, la scoperta dei luoghi dove sono tenuti prigionieri i sequestrati, le fughe per non essere uccisi.

All’interno di questo schema narrativo dilagante che comunque si rifà alla cronaca e all’attualità, affiora ANGELI A SUD 1991 di Massimo Scaglione. Max e i suoi amici desiderano dimostrare a loro stessi e agli altri come sia possibile, anche se difficile, vivere e lavorare in Calabria. Ma troviamo anche SPOT 1990 di Maurizio Paparazzo e IN CALABRIA di Vittorio De Seta. Laddove nel primo si ipotizza un connubio fruttuoso tra civiltà contadina e piccola industria calabrese delle conserve e dei prodotti tipici locali proponendo attraverso uno spot pubblicitario la loro esportazione all’estero, nel secondo emerge la volontà di far capire che “il mito” del progresso è stato un’illusione e una strada senza uscita. Un particolare degno di nota è che alcuni di questi film saranno prodotti dalla televisione che si affiancherà alla produzione cinematografica corrente.

(continua)
Maurizio Paparazzo

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