Perché i giudici facciano solo i giudici

 È per questo che ho firmato alcuni dei referendum, e voglio renderne conto agli amici lettori. E siccome c’è sempre in agguato un furbetto il quale penserà che ho firmato su indicazione di Questo o Quello, ebbene, leggete cosa scrivo nel mio libello che vedete in immagine. Mi riferisco ad Atene del V secolo, dove della dicastocrazia fecero le spese, tra gli altri, gli strateghi vittoriosi delle Arginuse e Socrate, messi a morte con allegra sentenza oclocratica; e che molti ad Atene criticarono e derisero, tra cui Aristofane delle Vespe. Ma potrei continuare con l’uso politico della giustizia a Firenze, che costò l’esilio senza ritorno a Dante; invece i Medici tornarono, regnando fino all’estinzione fisica del 1737.

 Infatti la dicastocrazia è quasi sempre essa stessa frutto di disordine, e crea altro disordine. Finché un bel giorno non arriva un Palamara a dichiararsi colpevole assieme al Consiglio Superiore Magistratura: s’intende non i singoli membri, che vanno giudicati uno per uno, ma molto peggio: il CSM in quanto tale, in quanto organismo… con palese sospetto di essere un’organizzazione. E che nessuno sta processando: ma guarda un po’!

 La dicastocrazia non è però solamente il potere dei giudici e di tanti singoli giudici. Essa è favorita da un pullulare di leggi e leggine e sentenze e interpretazioni; interpretazioni spessissimo contradditorie della stesse leggi da Catania a Palermo! Ancora più grave, è che in Italia dilagano 35.000 (trentacinquemila!) fattispecie di reato: mille al giorno ogni anno. Ovvero, un avviso di garanzia non si nega a nessuno.

 La dicastocrazia è però assai più pericolosa del potere dei singoli magistrati: è il potere del concetto, del falso mito della giustizia in quanto entità sovrastorica, sovrapolitica, sovraetica e senza religione; e che basti scrivere una legge perché tutti divengano buoni e bravi e belli e santi e democratici eccetera. Non è così, e ben lo sapevano i Romani, che di leggi ne fecero poche e valide; e quando si accorsero che erano troppe, ci pensò Giustiniano. Leggete Par. VI.

 Se ne era accorto, tra I e II secolo d. C., Tacito: Corruptissima republica, plurimae leges. Tanto più uno Stato è corrotto, tante più leggi si scrivono. E perché, spiega Tacito: non si votano leggi di carattere universale, ma particolari per o contro qualcuno o qualche gruppo. E chiosa il Vico: Il vulgo per ogni particulare vuole una legge, non essendo in grado di intendere gli universali.

 Eccetera. È ora… attenti, non di colpire i giudici, ma di ricondurli entro i dovuti limiti; rendere loro il favore di tornare a fare solo e semplicemente i giudici, applicando le leggi senza inventarsene altre; anzi, le leggi vanno urgentemente sfrondate di numero, e scritte tutte con dieci parole: Si noctu furtum faxit, si im occisit, iure caesus esto. Ecco, con una legge così, i processi durerebbero dieci minuti, tranne il caso improbabile che la notte sia giorno.

 Pare che il governo stia preparando una riforma. Se è vero, auguri. Ma proprio per questo, ci stanno bene i referendum, per impedire ai politicanti di stare con i piedi in tre staffe.

 Al tutto, io aggiungerei una riforma secondo me fondamentale: la materia chiamata Filosofia del diritto dev’essere obbligatoria in tutti i corsi di laurea, e al concorso della magistratura. Se uno la conosce, diminuiscano nettamente le probabilità che una legge si scriva o s’interpreti secondo Fedez o i giornali.

Ulderico Nisticò