Preistoria e protostoria della “Calabria”, e gli scheletri del Romito


Grotta del Romito di Papasidero

Grotta del Romito di Papasidero

Le scienze esatte, un tempo credute lontane, vengono in soccorso della vichiana “scienza nuova”, la storia. È ormai noto, anche su stampa e tv divulgative, che un gruppo di lavoro di specialisti ha concluso, e pubblicato su “New England journal of Medicine”, prestigiosa rivista.

Non oso nemmeno riassumere, se non nelle grandissime linee: nel 1963 vennero trovati due scheletri, il cui esame dimostra che i due resti, femminili e consanguinei, probabilmente madre e figlia, erano affette da una rara malattia genetica. Per quanto mi concerne, commento.

La notizia che più mi colpisce è il luogo: è la celebre Grotta del Romito di Papasidero, quella ornata del bel grafito del Bos Primigenius. E già il nome di Romito (eremita) prova che quel luogo, come fu, così rimase sacro nei secoli. Ricordiamo dunque la civiltà rupestre del Meridione e di quella che si chiamerà Calabria dal IX secolo d. C.: bastino i toponimi di Grottaglie, Grotteria, Monte Stella di Pazzano, Pilinga, Spilinga; e interi insediamenti come Zungri e la famosa Matera.

Lo studio di Papasidero dimostra, a mio avviso, la sacralità della Grotta, dove si compivano dei riti e dove, elemento fondamentale, si seppellivano i morti. Siamo dunque di fronte all’evidenza della vichiana “Età degli dei”, alla fede in un “numen” o più “numima”, e a un universo formale in cui ogni spiegazione della natura e della stessa esistenza umana è metafisica e spirituale. Attenti a quanti ancora ripetono interpretazioni materialistiche di stampo settecentesco: viene prima ed è fondamento di ogni civiltà non la materia ma la religione. Onorare e seppellire i morti è l’inizio di ogni fede.

Interessante è il dato che emerge dallo studio del Romito, che la persona ammalata avesse ricevuto assistenza dalla sua comunità; ed è la religione il fondamento stesso di ogni comunità; religione definita, dico, non vago e volatile umanitarismo generico.

L’antichissima poi Calabria ci ha lasciato testimonianze di preistoria e protostoria, che non sono state ancora ben studiate. Per venire a qui vicino, armi e utensili protostorici di Cardinale si ammirano nei Musei di Roccelletta, Catanzaro, Napoli: si chiamavano “i cugna e tronu”, come se fossero caduti dal cielo. Sepolture sono, affermò don Gnolfo, la Tombe sicule di Soverato…

Chi erano questi nostri remoti avi certo più antichi del re Italo? Ausoni, Enotri, Siculi, Itali, Morgeti… o popolazioni ancora più primordiali? Che lingua o lingue parlavano? Quali erano le istituzioni che le reggevano? Quale era la loro quotidianità di famiglia, di amori, di economia, di lavoro? E, torno da dove sono partito, chi erano i loro dei, e con quali riti li invocavano?

Così la storia chiede aiuto alla scienza, e l’ottiene. E io ringrazio l’amico di tanti decenni fa, e non perduto, Alfredo Coppa, pregandolo di ringraziare, a nome della Calabria senza virgolette, anche i suoi colleghi.

Ulderico Nisticò