Presepe Albero Babbo


 Il Natale presenta un evidente caso di sincretismo di tradizioni religiose antichissime… e recenti costumanze diciamo commerciali.

L’Albero e le luci sono la celebrazione del timore del Solstizio (Solis statio) d’inverno, il dì più breve, cui però segue il ritorno del Sol invictus (Ἥλιος ἀνίκητος, invincibile). Radicata nei Paesi nordici protestanti, la tradizione è da qualche decennio penetrata anche nelle terre cattoliche e in Italia.

La tradizione italianissima è il Presepe, iniziata da san Francesco d’Assisi. Deriva dalla narrazione del Vangelo di san Luca, secondo cui Gesù nacque a Betlemme in una stalla, “perché non c’era posto nell’albergo”; un fatto molto realistico, se lo inquadriamo nel contesto del censimento e della folla accorsa nella città che era stata di Davide; e che però assume un senso simbolico di umiltà del luogo e della visita dei pastori, cui seguiranno però i misteriosi e potenti Magi.

Tutta l’umanità si presenta al Bambino, ma lo trova in un “prae-saepium”, recinto di pecore. Nei secoli il Presepe è divenuto un’arte popolare, soprattutto napoletana, nella raffigurazione di ogni ambiente sociale e di ogni epoca. Ciò rende eterno il Presepe cattolico e italiano.

E Babbo? Ma è italianissimo anche Babbo Natale, e meridionale. Si diffuse dall’Oriente la venerazione di san Nicola di Mira: Νικόλαος, Nicolaus, Nicolao, Niccolò, Nicolò, Nicola (Cola); e Klaus, Santa Klaus, poi fusa con qualche personaggio nordico maschile, ed ecco Babbo Natale.

Mira è una città asiatica, di cui Nicola fu vescovo; e come tale partecipò al Concilio di Nicea, di cui ricorre il diciassettesimo centenario; e ne fu dominante: celebre è l’episodio dello schiaffo al prete Ario, il quale negava il duofisismo e quindi la divinità e umanità di Cristo.

Attenti, che l’arianesimo non è mai morto, e dilaga in buona parte delle infinite sette protestanti, e in una laicizzazione di Gesù, attribuendoGli abborracciati messaggi sociali e di buonismo generico. Speriamo nel robusto san Nicola, che sapeva come risolvere i problemi.

Per noi, è san Nicola di Bari. Una spedizione navale della città di Bari mosse per impadronirsi delle Reliquie, e le condusse dove oggi riposano, nella Cattedrale barese. Si dice partecipasse alla conquista un Asciutti di Castelvetere (oggi Caulonia).

Accenniamo solo ad altre spedizioni armate sacre per delle Reliquie, e in particolare quella dei Longobardi di Salerno per san Bartolomeo a Lipari. Di san Marco a Venezia, e anche a Cropani, abbiamo parlato più volte in articoli e nel libro su padre Remigio. Leggete, ogni tanto!

Ci sono libri da leggere, sia evidenti sia stranamente clandestini; e ci sono quelli da scrivere, poi improvvisamente scomparsi dall’orizzonte.

Torniamo a san Nicola, cui si attribuiscono molti miracoli e atti pii. Due sono importanti per capire come san Nicola sia divenuto Babbo Natale.

Un orrendo cannibale aveva ucciso tre bambini e li stata cucinando, ma san Nicola li fece tornare in vita. Frequente è l’iconografia a tale proposito, e si ricorda anche un Monastero dei Tre Fanciulli. Ecco dunque san Nicola e i bambini. E i doni?

Ci occorre Dante, con “la larghezza che fece Nicolao delle pulzelle per condurre ad onor lor giovinezza”, portando la dote a tre giovinette il cui snaturato padre voleva prostituirle. Ecco i doni di Natale; anche se, per noi, i doni li porta la Befana. Ne riparliamo il 6 gennaio.

Buon Natale a tutti, meritevoli e non.

Ulderico Nisticò