Chissà come ci sono rimasti male i giornalisti che invocavano una visita psichiatrica per il “pazzo” Trump; e con loro certi amici miei serotini, cui l’altro ieri dicevo di aspettare con fede.
Oggi 18, per quanto ne sappiamo, scatta la tregua, passano le navi, crolla il prezzo del petrolio… e le (im)Potenze europee [europee nel senso di abitanti in Europa, non nel senso di Europa (dis)Unita, che è stata ed è muta come le triglie], e dico Meloni inclusa, si presentano pronti a combattere e morire per Hormuz… ma solo a guerra finita!
Ora m’interessa la parola “prohibited” pronunziata da Trump. Immancabile la lezioncina di filologia: è una delle tantissime parole inglesi di origine latina, e che, spesso, mantengono persino la latina grafia.
Giunge agli Anglosassoni da “prohibeo”, a sua volta verbo composto da pro e habeo. Vuol dire, come in italiano, proibire, vietare, senza possibili traduzioni edulcorate.
Trump dice di aver PROIBITO allo Stato d’Israele di bombardare il Libano. Anche questo lo vedremo, però è la prima volta dal fatale 1947 che qualcuno osa pronunziare una cosi secca e dura espressione; mentre finora il linguaggio di quasi tutto il Pianeta era stato mite e accondiscendente verso Tel Aviv, con sostanziale licenza di fare il comodo suo.
E infatti, c’è rimasto malissimo Netanyahu, che si sente franare la terra sotto i piedi. Musica per le mie orecchie, se io da decenni vado dicendo e scrivendo che la pace in Terra Santa si può ottenere solo affermando pesantemente l’equidistanza tra lo Stato d’Israele e gli Arabi. Anche questo lo vedremo.
Intanto, complimenti al Pakistan, uno di cui quasi tutti ignoravano persino l’esistenza, e invece esiste, e pesa nel contesto di un’area che non è solo Medio Oriente, è anche Asia Orientale e Cina.
Riassumendo, è valida la battuta che circola negli Stati Uniti: “Trump non va mai preso alla lettera, però va sempre preso molto sul serio”.
Ulderico Nisticò