Psicoanalisi dei nemici della Trasversale


 I nemici della Traversale (attenti, loro diranno di esserne amicissimi! ahahahah) non sanno più cosa inventarsi, e ora ricorrono agli ulivi “bizantini”; e quando a uno sbarco di Ulisse a Gagliato? Mi meraviglio che ancora non ci abbia pensato nessuno: ma tra poco… del resto, fu con un ulivo che proprio Ulisse si fece il letto nuziale suo e di Penelope. Ops, mi è scappata: state certi che qualche storico della domenica e grecista ginnasiale ne approfitterà e avremo l’undicesimo sbarco calabrese del Laerziade.

Finora, ragazzi, ci hanno provato in tutti i modi, e sono finiti in tutti i tribunali immaginabili; manca solo la Corte dei diritti dell’uomo, ma ci arriveremo presto. Davanti a tutti i tribunali essi hanno perso la causa, e forse qualche Cicerone delle Preserre sta cercando di recuperare la faccia perduta con i clienti? E poi ci sono quelli che vantano qualche piccolo o meno piccolo interesse…

…a proposito, come vado ripetendo da un pezzo, e ho detto ai responsabili, sarebbe ora che l’ANAS pagasse quanto dovuto per gli espropri, a cominciare da quelli che NON hanno fatto causa. Per carità, l’ANAS (per qualche diavoleria giuridica) avrà ragione, però hanno ragione anche gli espropriati.

Fatta questa premessa terra terra, qui ci vuole un’analisi di psicologia di massa. È fin troppo evidente che qualcuno, che molti non vogliono la Trasversale; non vogliono nel senso che c’è qualche remora nell’inconscio, perché se no è ovvio che grideranno di sì, e si sbracceranno a dimostrare che la voleva anche il nonno… E ci dev’essere un qualcosa di oscuro, nel fatto che la Trasversale è stata annunziata nel 1960, e ancora siamo a metà; e anzi negli ultimi anni…

Proviamo a capire. C’è una ragione storica? Forse: i nostri paesi interni (“kastellia”) sono stati organizzati dal governo imperiale d’Oriente, e in particolare da Niceforo II Foca (961-9), in funzione di difesa attiva. C’è dunque un istinto di isolamento? Non posso spiegarvi tutto: leggete due miei saggi, uno su Vivarium Scyllacense di Squillace, l’altro sul libro Medioevo in guerra della Drengo di Roma. Comunque posso tranquillizzare gli eredi degli “andres agathòi” (omissis!): il pericolo d’invasione del XXI secolo è di tutt’altra natura di quello del X secolo.

C’è una diffusa neofobia, ovvero avversione alle novità? E vi faccio un esempione. Nel 1839, Ferdinando II, re del Regno delle Due Sicilie, tracciò la ferrovia Napoli – Portici, prima d’Italia. E vai! Nel 1860, due decenni dopo, la rete ferroviaria del RDS andava da Salerno a Capua per un totale di 99 chilometri, manco cento. Non mancavano le intenzioni, e ogni tanto si scoprono progetti… ma quali progetti? disegnini… Non mancavano i soldi, che stavano nelle casse statali e fare la muffa. E allora? E allora ogni volta che il re faceva sapere voler una ferrovia da X a Y, subito il sindaco di Y e il barone di X correvano a Napoli a chiedere una qualsiasi modifica del tracciato, o per interesse, o per far vedere di essere capaci di ottenere la ferrovia sotto la finestra dell’amante: quelli della mia età sanno a cosa mi riferisco!!! Ferdinando, invece di farli tradurre nel più buio carcere del Regno a pane e acqua a vita, cambiava il tracciato, cioè il disegnino. All’annunzio del nuovo disegnino, il sindaco di Z e il barone di W… e via per vent’anni. Fu così che la prima seria ferrovia meridionale risultò la Bari – Reggio, iniziata (attenti alle date) nel 1865, e i cui due tronconi s’incontrarono – udite udite – nel 1876 a Soverato.

Dovrei raccontarvi il tracciato della 106 nel 1935 e la famiglia potentissima dell’epoca che chiese una lieve modifica, e cui si rispose immediatamente di no secco. Non ve lo dico, se no a qualcuno viene l’itterizia retroattiva.

E guardate che le proposte del 1850 e quelle del 1935 erano tutte ispirate al più meridionale dei sentimenti latenti nell’animo dai tempi degli Orfici: il famoso “ma è meglio così”, un “meglio” qualsiasi, donde la lunghissima storia delle filosofie utopistiche del Sud, e in specie della Calabria, e le profezie sia metafisiche sia politiche, comunque mai realizzate nella benché minima maniera, e tutte mosse dal mitico “e chi ci vo?”, subito degenerato in “poi vidimu”, cioè mai.

Io ho 76 anni. Dubito che mi rinnoveranno la patente nel 2038. Pazienza, andrò dallo Ionio al Tirreno con un autobus. Sempre che nel 2038 sia percorribile la strada dalla rotatoria Davoli – Satriano all’incrocio di Pizzo… sempre che nessuno si ricordi dell’ulivo miracoloso che comparve una trentina d’anni fa nel Vibonese, e chieda qualche modifica. Come nel 1850, anche oggi c’è sempre un ulivo! Volete vedere, cari lettori, che tireranno fuori il prodigio, pur di rinviare al 2048, quando ormai useremo… ahimè, i posteri useranno le auto volanti?

Ulderico Nisticò