Da quando ci sono note delle istituzioni elettive, il primissimo problema sono le leggi elettorali. Appena istituita la Repubblica romana (510 a.C.), furono necessarie “leges de ambitu”; fino all’equiparazione tra patrizi e plebei, e il suffragio universale maschile: le donne, a Roma, erano potentissime, però non votavano.
E non votarono da nessuna parte, le signore, fino a metà del XX secolo. Nelle costituzioni borghesi dell’Ottocento, votavano solo gli abbienti maschi: poi mi meravigliate che il 95 del popolo era contraruio. In Italia, bisogna arrivare al 1913 per il suffragio universale, sempre solo maschile; e al 1946 per il voto delle donne.
La costituzione del 1948 afferma che tutti i cittadini maggiorenni (allora, a 21 anni) possono votare; ma non prescrive affatto come, lasciando la faccenda alla “legge”. Fino agli anni 1990, ogni elezione si tenne con metodo proporzionale e indicazione di quattro preferenze.
Detto così sembra il massimo della democrazia, ma tutti sappiamo quanti trucchi dilagavano sui giochi delle preferenze e relative “cordate” di capi e seguaci. Sappiamo bene quante volte si chiedeva all’elettore di votare per tre veri e uno civetta, per poter controllare se nella sezione 1 “usciva” il voto.
Venne l’ora di Segni iunior con la preferenza unica, che pareva medicina di tutti i mali, e non lo fu. Seguirono modifiche che qui non sto a riassumere, se non per ricordare che dal 1943 a oggi l’Italia contò oltre settanta governi, molti dei quali governicchi e “balneari”.
Cambiava intanto in molto meglio la legge sui sindaci, e lasciatemi allo stupire che se per i sindaci funziona, non lo si possa fare anche per il governo. Si candidino X e Y e Z, e governi chi piglia più voti: mi pare banale.
Attenzione che non esiste un metodo magico che garantisca “vinca il migliore”, ma qui diventa una questione antropologica, non di sistema. Se non esistono di fatto, come non esistono, i partiti, sono gli apparati a candidare Tizio o Caio, e gli altri andiamo a votare… se ci andiamo.
E chi l’ha detto che il parlamento debba essere bicamerale con due camere una copia dell’altra? Perché non facciamo un SENATO CORPORATIVO, con rappresentanti del lavoro, della cultura, della scienza? Quindi non elettivi. Fermi tutti: in Inghilterra – G. Bretagna, presentata come democraticissima, c’è una camera dei lord dove siedono conti e marchesi ereditari, con dei cooptati: come il senato romano dei “patres [et] conscripti”. E come il senato previsto dallo Statuto Albertino, in cui sedettero Carducci e Manzoni e Gentile. Anche Croce, anche se “per censo”.
Da notare che in questo 2026, invece, la legge elettorale la discutono solo i politici, mentre è ben noto il principio “nemo iudex in causa sua”; mentre tacciono come tartarughe e pesci gli intellettualoni, i poetissimi, i predicatori di felicità garantita e obbligatoria.
Ulderico Nisticò