Rachele e Saverio: amore e politica a Catanzaro nella prima metà dell’Ottocento

 Qualcuno dice di vedere, dalle finestre dell’attuale Municipio di Catanzaro, lo spirito dolente di Rachele De Nobili; e la sua vicenda terrena, non ignota, sta tornando all’attenzione. L’accostamento con Romeo e Giulietta è quasi obbligatorio; e c’è chi si affretta a sognare milioni di turisti come a Verona. Vero però che vale la pena di capire i fatti, e, se mai trarci un qualcosa.

 Seguiamo, in parte, il racconto di Lucia Mantelli Trovato, che ha bisogno però di integrazioni e commenti.

 I De Nobili, baroni, dal 1806 al 1815, durante regni di Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat, erano stati filofrancesi, traendo profitto nel comprare latifondi: la storia degli arricchimenti dei secoli XVIII e XIX; i Marincola erano fedeli ai Borbone: don Ignazio aveva partecipato ai fatti della Santa Fede del cardinale Ruffo; don Emanuele De Nobili e sua moglie donna Olimpia Schipani costruirono il palazzo e vi ospitarono re Giuseppe.

 Le due famiglie erano dunque in contrasto politico… e chissà quale altro contrasto più terra terra (alla lettera?), non bastando certo la politica a spiegare i tragici eventi che seguiranno.

 Tornato dalla Sicilia, nel 1816 il sovrano Borbone era divenuto Ferdinando I, re del Regno delle Due Sicilie. Tra il 1820 e l’anno seguente, il Regno fu scosso dai moti costituzionali e dalla spedizione austriaca che abolì la costituzione. Non leggiamo se i fatti coinvolsero anche i De Nobili  e i Marincola.

 Saverio Marincola, figlio di Ignazio, s’innamora di Rachele De Nobili. Si erano incontrati a teatro, con palchi casualmente contigui.

 Sarebbe interessante sapere di più di questo teatro e delle abitudini dei catanzaresi di frequentarlo.

 I due si scambiano lettere d’amore, in cui si adombra, nonostante le circostanze, una speranza di matrimonio. Si narra che Saverio passasse sotto palazzo De Nobili, per poter salutare Rachele dalla finestra: un particolare che ci riporta al nostro inizio metafisico!

 I  fratelli di Rachele – Cesare, Domenico, Antonio – il 5 novembre 1822 sparano a Saverio senza colpirlo; il 7 lo raggiungono di notte a Sala, e lo uccidono.

 Raggiungono una loro proprietà alla Petrizia, e da lì s’imbarcano per Corfù. È rilevante sapere che Corfù e le Isole Ionie, già per secoli veneziane, dal 1809 al 1864 appartennero di fatto alla Gran Bretagna con la forma di uno Stato libero. Il porto era un frequentato scalo commerciale internazionale.

  Lì Cesare e Domenico sposeranno donne del luogo, e lì moriranno attorno al 1850.

 Ben dieci anni dopo, nel 1832, il tribunale di Catanzaro condanna Cesare e Domenico a morte, e Antonio, perché minorenne all’epoca dei fatti, a 19 anni. In secondo grado, a Napoli, nel 1835, l’avvocato difensore, il celebre, Giuseppe Poerio cercò di insinuare il dubbio che l’omicidio si potesse attribuire ai tre De Nobili. L’abile, anche se inutile, difesa del Poerio tendeva a ritenere illogico che un delitto di tale efferatezza, e premeditato, si dovesse a questioni di onore familiare. Ricordiamo, per altro, che il delitto d’onore era contemplato da tutti i codici, quello italiano fino agli anni 1980, e comportava pene molto più lievi, anzi quasi irrisorie, mentre qui si commina la pena di morte.

 L’amore dei due giovani venne presentato dal Poerio come innocente promessa di matrimonio. Ma Pietro Colletta, nella prima edizione della sua Storia, in una pagina poi sparita dalle seguenti, usa un’espressione ambigua, che Saverio avrebbe “tradito” Rachele. Se ciò fosse vero, capiremmo meglio la feroce reazione dei De Nobili?

 A Napoli la pena capitale per Cesare e Domenico venne confermata, e solo Antonio ebbe una riduzione da 19 a 9 anni. Tornato in patria, Antonio cesserà di vivere nel 1854, non si legge se libero. Cesare e Domenico, in quella data, erano morti a Corfù.

 Troviamo però una bella lapide nell’Immacolata, in lode di Ferdinando II e firmata da Filippo De Nobili nel 1853; e alcuni De Nobili, figli dei condannati di Corfù, tra i garibaldini del 1860. Tutto molto gattopardesco.

 Una riflessione sul sistema giudiziario delle Due Sicilie. I giudici di Catanzaro e quelli di Napoli non vennero minimamente influenzati dalla potenza dei De Nobili, e comminarono agli assassini il massimo della pena per omicidio volontario. Vero, ma poi nulla fecero per ottenerne l’estradizione dal nominale governo di Corfù, di fatto britannico; e non l’avrebbero ottenuta. Insomma, una soluzione meridionalissima, e che troviamo applicata a parecchi anche avversari politici del Regno, tra cui Guglielmo Pepe; l’eterna arte del “po’ vidimu”! C’è dunque il sospetto che i De Nobili  godessero di qualche occulta protezione? Ma no!

 La vicenda s’intreccia con un fatto passato, con esageratissima gloria, alla storiografia risorgimentale. Nel 1844, i fratelli Emilio ed Attilio Bandiera, figli di un ammiraglio veneziano della Marina austroveneta, disertarono per unirsi ad agitazioni avvenute a Cosenza, ma, senza che lo sapessero, subito sedate. Corfù fu la loro prima meta, e si unì a loro un Giuseppe Meluso detto Battistino, servo di casa dei fratelli De Nobili; questi rivelò ai padroni la presenza dei Bandiera, e i due ne parlano con i consoli (rappresentanti diplomatici) dell’Austria, dello Stato Pontificio e del Regno di Sardegna; ma non con quello delle Due Sicilie, che, ci pare evidente, non sapeva o fingeva di non sapere dei due De Nobili, pur condannati dai suoi regi tribunali.

  I Bandiera però sbarcarono in Calabria, uccisero due guardie di Spinello, proseguirono lungo il Neto, per essere traditi da un tale Boccheciampe. Catturati, tentarono di difendersi in tutti i modi, persino sostenendo di essere venuti a convincere Ferdinando II a proclamarsi re d’Italia; e chiamarono in causa Battistino e i De Nobili  di Corfù. Vennero fucilati il 25 luglio 1844.

 Accampando come merito la delazione, Cesare e Domenico  tentarono di ottenere la grazia da Ferdinando II, ma invano.

 Di Rachele altre fonti narrano che, raggiunto il porto di Pizzo, e da lì Napoli, si era fatta suora, morendo nel 1861. Ciò non può essere avvenuto senza aiuto e sostegno della famiglia e appoggi negli ambienti ecclesiastici e politici locali e napoletani.

 Da una lettera che scrive a Saverio, e a noi giunta, ci sembra una signorina non priva di cultura, se il suo “voi siete il primo che ispirato mi avete dell’amore, voi sarete l’ultimo per me”, per quanto proprio non originalissimo, potrebbe riecheggiare il verso di Properzio “Cynthia prima fuit, Cynthia finis erit”.

 L’anima amareggiata si mostra, a chi vuole vederla, dal Municipio.

 Che fare?

  1. Per la storia, ricostruire meglio gli eventi. Sotto a qualche giovanotto o fanciulla in vena di tesi di laurea seria invece della solita scopiazzata sociologia della domenica.
  2. Per tutto il resto… beh, ragazzi, a quasi 70 anni mi sono fatto furbo. Se il Comune di Catanzaro o altri – si sono mossi anche gli Architetti – hanno bisogno di idee, le chiedano: PER ISCRITTO, PROTOCOLLO, RACCOMANDATA RICEVUTA DI RITORNO. A chiacchiere m’è bastato il Pinnellio, con il Comune di Catanzaro.

Ulderico Nisticò