Premessa. La politica, in Italia, versa in catalessi, come dimostra l’altissima astensione dal voto. Ed è palese la sproporzione tra la politica come appare in tv e sui giornali, che pare vivissima, e la politica delle piazze e dei bar, che è invece del tutto assente.
Esempio evidente, le ultime regionali a Soverato, con il vuoto torricelliano della benché minima campagna elettorale; a trecentosessanta gradi, come dicono i giornalisti per non offendere nessuno, ma questa volta è vero, anzi a settecentoventi. Chi è andato a votare o non è andato, e per chi abbia votato, lo ha fatto ognuno per conto suo, e non perché glielo abbia chiesto qualcuno.
Sembra invece, almeno a ora, che gli animi si scaldino in vista del 22 e 23 marzo, su un argomento che non solo e non tanto interessa direttamente un po’ tutti, quanto assume una valenza simbolica e squisitamente politica nel senso più nobile: la Giustizia. Per chi non lo sapesse, si tiene il referendum per confermare o meno la riforma approvata, a netta maggioranza, dal parlamento. La faccenda stavolta è molto semplice: o sì, o no. E non c’è quorum, a differenza dal recente referendum finito 28 a 72%. Come la penso io, lo sanno tutti i miei amici, a voce o in articoli su giornali e social e in tv, quindi non è di questo che voglio parlare; ma di un riassunto della situazione. Mi limito ad affermare che i magistrati devono fare solo i magistrati.
La riforma proposta dal Governo e approvata dalle Camere, e da confermare o meno con referendum, ha due punti essenziali:
1. Separazione delle due carriere, tra procuratori e giudicanti;
2. Separazione del Consiglio Superiore in due distinti Consigli, e sorteggio dei componenti dei due Consigli.
Effetti impliciti sono ostacolare, anzi impedire le “correnti”, che sono evidentemente in contrasto con l’ovvia terzietà dei giudici; e predisporre la strada per una responsabilità personale dei magistrati.
A oggi 13, sono per il sì le forze politiche della maggioranza (Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia, Noi moderati… ); ma anche Renzi, Calenda e Più Europa, che sono all’opposizione; sono per il no il PD e altre forze di minoranza parlamentare. Fin qui, tali posizioni possono anche essere interpretate come conflitto tra partiti, che è sulla giustizia come su qualsiasi altra cosa.
Più interessanti sono le iniziative di quella che si usa chiamare la società civile. Alla fine, è questo che m’incuriosisce, se il referendum sveglierà la (non) Bella addormentata nel bosco che è la politica. Stanno prendendo posizione per il no il sindacato dei magistrati, ANM; e, si legge, qualche Conferenza episcopale regionale. Si suppone stiano per il sì i votanti per la maggioranza Meloni, anche se, a oggi, non se ne vede segno di vita: ma questo è un problema generale del destracentro, il quale è una piramide senza base. Anche gli altri non stanno meglio, come provano, ripeto, i numeri dei votanti.
Ora vediamo se, in vista del 22 e 23 marzo, si muoverà qualcosa, non dico a Montecitorio e a Palazzo Madama, ma nelle piazze, e in specie nella nostra politicamente narcotica piazza Maria Ausiliatrice.
Ulderico Nisticò