Referendum: tira una brutta aria


 Ieri, 12 febbraio, mi sono sentito spifferare un bel mucchio di ingiurie; proprio io, nel mio piccolo, io che non sono mafioso e pregiudicato e imputato e truffatore e massone né deviato né dritto; e che mi trovo elencato in queste e altre categorie di reprobi per il fatto che voterò sì invece di no. E con me lo faranno tanti, tantissimi, solo che io lo manifesto, altri esprimeranno un voto “personale, libero, segreto”.

Ora, ragazzi, è ovvio che chiunque può e deve esprimere un suo parere. Lo può fare ogni cittadino, lo può fare ogni operatore del diritto; e, infatti, lo fanno molti giuristi, alcuni per il sì altri per il no. E attenti che sto scrivendo “giuristi” e “operatori del diritto”, due concetti che non sono affatto sinonimi. Essere magistrato significa avere buone conoscenze dei codici e della dottrina, come, per esempio, essere calciatore significa saper calciare il pallone; ma non tutti i calciatori sono Meazza, e non tutti i giudici sono Ulpiano o Pier delle Vigne; come non tutti i professori di greco se la cavano con il miceneo… eccetera.

Insomma, il parere di qualcuno vale il parere di qualcun altro. Anche a me piace andare in bicicletta, però non per questo sono Fausto Coppi.

C’è poi un problemino glottologico, ma non ve lo spiego, o pare brutto, anche per motivazioni epicoriche; e non voglio aggiungere pesantezza a pesantezza. Vediamo chi l’indovina.

Di pesantezza, ce n’è abbastanza. Vi ricordate i cinque referendum dell’autunno scorso, poi clamorosamente falliti 28 a 72%? Ebbene, io non ricordo ingiurie e colpi bassi e proclamazioni di apocalissi… e nemmeno dopo la sconfitta i proponenti hanno sentito il dovere di dimettersi.

Oggi, 13 febbraio, a quaranta giorni dal voto, sta tirando invece una brutta aria. Sui social, voglio dire, perché nelle piazze e altri luoghi, la politica è morta e sepolta. Ma sui social, o in qualche occasione di trovarsi un microfono a portata di bocca, si sentono e leggono cose gravi, o, come va di moda dire, “inaccettabili”.

Mi piacerebbe, al contrario, leggere e sentire argomenti seri e con linguaggio degno del problema; e restando nella questione, senza mettere in mezzo la Groenlandia, ammesso che si sappia dove sia, anzi che cosa sia. Vorrei sentire parlare di questioni giuridiche (vedi sopra sul concetto di giurista come non necessariamente sinonimo di magistrato! Sutor, ne ultra crepidam) e di questioni disciplinari e organizzative.

Per esempio, io penso che alcuni magistrati patiscano, da mezzo secolo, la sindrome di Deioce. Deioce, chi era costui? Leggete Erodoto: era un giudice dei Medi che, giudicando giudicando, divenne re. Montesquieu non sarebbe d’accordo. Studiate, ragazzi, magistrati inclusi.

Ulderico Nisticò