Regolarizziamo proprietari e braccianti?

 Premessa storica. Il bracciante stagionale è una delle categorie più antiche del mondo. Ogni estate partivano comitive da ogni canto della Calabria per il Marchesato di Crotone, e trascorrevano il tempo della mietitura lavorando tutto il giorno, e dopo il tramonto, feste e quant’altro. Sul quant’altro, leggete, se non vi capita a teatro, La figlia di Iorio di d’Annunzio.  Finita la stagione, magari qualcuno restava e metteva su casa, qualcun altro moriva, quasi tutti tornavano al paese fino all’anno seguente. È solo un esempio, e ne potremmo portare a iosa.

 Secondo i tempi tradizionali, erano regolarizzati: partivano e tornavano assieme; e qualcuno, equamente e non ugualmente, divideva il compenso in grano o in denaro; e qualcuno manteneva la disciplina diurna: di notte, dicono i pettegoli… Ma di notte, come afferma Hegel, tutte le vacche sono nere.

 A proposito di notte, nel caldo del Marchesato, si accampavano provvisoriamente, anzi dormivano all’aperto senza preoccupazioni e complimenti.

 Se si trattasse di regolarizzare i braccianti stranieri dal giorno X al giorno Y, bene; e in fondo la Bellanova è tra i ministri meno scalcinati del governo Conte 2, e certo meglio dell’Azzolina. Se invece, come sospetto, è un trucchetto giuridico in vista di qualche ius soli… ovviamente non se ne parla nemmeno.

 Ciò premesso per la storia e per la politica, v’informo, gentili lettori, che nel campo – è proprio il caso di dire, alla lettera, campo – da regolarizzare non sono solo braccianti africani o romeni; anzi, io comincerei con i proprietari; una bella indagine per seguire produzione, commercializzazione, consumo, e riscossione di contributi più o meno genuini, spesso meno.

 A proposito, se è vero, ed è vero, che c’è il caporalato mafioso o altro, siete proprio sicuri che cadano dal pero i proprietari e una fila enorme di pubblici funzionari? Io, no, non sono affatto sicuro; anzi penso il contrario.

 E se ci sono clandestini di qualsiasi colore di pelle, com’è che rimangono clandestini e campano nelle baracche, in pieno 2020 e in pieno territorio nazionale? Insomma, sono stato chiaro.

 E come mai servono braccianti stranieri, con tanti giovanotti e fanciulle a spasso? Semplicissimo: perché fanciulle e giovanotti, e soprattutto le loro mamme, non vogliono lavorare nei campi. E perché non vogliono lavorare nei campi? Perché a scuola hanno insegnato loro che il polites è meglio dell’agroikòs, il citoyen  è meglio del paysan, il borghese è meglio del tamarro; e hanno letto le Lettere di don Milani, in cui sta scritto che il figlio dell’avvocato è bello e ricco e ha tanti libri a casa, mentre il figlio del contadino è brutto e analfabeta, e viene pure bocciato dalla professoressa. Ergo, la mamma vuole il figlio avvocato e non contadino.

 Cominciamo dunque a regolarizzare la scuola, gettando nel cassonetto della carta da riciclare tutte le opere di don Milani, e rimettendo quella materia prevista dalla riforma del 1939 e abolita da Croce nel 1944, e che si chiamava proprio LAVORO.

 Occorre una rivoluzione… no, una reazione culturale a tutto favore della campagna. O fortunati, si sua bona norint, agricolae, come disse Virgilio.

 Ovviamente, in termini moderni, e con la suddetta regolarizzazione.

 E, come vado ripetendo, serve l’ESPROPRIO PROPRIETARIO: tutte le terre incolte vanno obbligatoriamente fittate a 01,00 € l’anno a chi le coltivi.

Ulderico Nisticò