Relazione Dia – In Calabria il record di interdittive antimafia

Si attesta al primo posto con 195 provvedimenti emessi nel corso del 2017, la Calabria, nella Relazione semestrale della Dia che per la prima volta riporta su mappa areale le interdittive antimafia comunicate dagli Uffici Territoriali del Governo all’O.C.A.P., con riferimento sia al semestre in esame che a tutto il 2017. L’informativa antimafia rappresenta uno dei principali strumenti assegnati ai Prefetti per contrastare il fenomeno dell’inquinamento criminale nelle attività economiche del Paese, avendo quale effetto l’esclusione dalla contrattazione pubblica delle imprese che – in esito ad un giudizio prognostico di permeabilità alla mafia – abbiano compromesso la fiducia della pubblica amministrazione sulla serietà e moralità dell’imprenditore. Vicina alla Calabria solo la Sicilia, molto più basso, invece, il numero dei casi nelle altre regioni italiane.

Nella relazione, che riguarda il secondo semestre del 2017 da luglio a dicembre, figura anche la città di Lamezia Terme che viene analizzata in particolare per via del terzo scioglimento del consiglio comunale per infiltrazioni mafiose. In particolare viene riepilogato come, nel mese di ottobre 2017, la DIA ha eseguito un “decreto di sequestro – sviluppo dell’operazione “Andromeda” del 2015 – nei confronti del genero di un esponente di rilievo della cosca Giampà, ucciso in un agguato di chiaro stampo mafioso nel mese di settembre del 1992. Il provvedimento ha privato il proposto di un patrimonio costituito da una ditta individuale (attiva a Lamezia Terme nel comparto della costruzione di edifici), da diverse quote societarie, da 2 beni immobili e rapporti finanziari, per un valore complessivo di circa 1 milione di euro. Sempre nell’area lametina, si continuano a registrare legami tra sodalizi locali e la famiglia Mancuso di Limbadi. Risultano, altresì, consolidati i rapporti tra i Cerra-Torcasio-Gualtieri, le ‘ndrine di San Luca e soggetti di origine albanese, finalizzati all’approvvigionamento di stupefacenti. L’operazione “Crisalide”, conclusa nel maggio 2017, nei confronti proprio dei Cerra-Torcasio-Gualtieri, ha portato, nel mese di novembre, allo scioglimento del Consiglio comunale di Lamezia Terme”.

Proprio il territorio di Lamezia Terme – convenzionalmente ripartito in tre aree, rispettivamente presidiate dai clan Iannazzo, Cerra-Torcasio-Gualtieri e Giampà – è stato prima interessato, nel mese di luglio, dall’operazione “Outset” della Polizia di Stato, che ha individuato mandanti ed esecutori di vari fatti di sangue avvenuti negli ultimi 15 anni; successivamente, nel mese di ottobre, dal sequestro di una ditta edile, eseguito dalla DIA di Catanzaro, nei confronti di un imprenditore collegato ai Giampà. In particolare viene ricordato come nell’ambito dell’operazione “Outset”, sono stati arrestati otto soggetti perché ritenuti, a vario titolo, responsabili di un omicidio avvenuto nel 2002 a Porto Salvo (Vibo Valentia), nonché di ulteriori due omicidi avvenuti nel 2006 sulla strada statale 522 tra Vibo Marina e Pizzo Calabro, originati da faide tra clan. L’indagine ha fatto luce sui moventi degli omicidi e sui relativi mandanti ed esecutori, tutti riconducibili alle cosche Lo Bianco e Piscopisani di Vibo Valentia oltre che ai Giampà di Lamezia Terme.

Nella relazione si definisce quella che viene chiamata ‘zona grigia’, fatta di esponenti della politica, delle istituzioni e dell’imprenditoria, che sono in grado di fornire alla ‘ndrangheta il know how relazionale e professionale necessario per mimetizzarsi nell’economia legale. E’ su questa base che vengono cementate alleanze affaristico-mafiose tra consorterie di diversa matrice”. E’ quanto rilevano gli analisti della Direzione investigativa antimafia nell’ultima Relazione semestrale (luglio-dicembre 2017). “Per la ‘ndrangheta – spiega il documento – non appartengono al passato, ne’ devono essere relegati a mero fenomeno folkloristico, i riti iniziatici di affiliazione e di passaggio di ‘grado’. Le più recenti acquisizioni investigative danno conto, infatti, di quanto essi siano tuttora indispensabili per definire appartenenza e gerarchie interne, per rafforzare il senso di identità e per darle ‘riconoscibilità’ all’esterno. Un modello organizzativo che consente alle cosche di espandersi in maniera unitaria e di accreditarsi con forza in quei ‘circuiti’ utili a condizionare scelte politiche e amministrative, regolare rapporti con imprese, enti, banche ed istituzioni”: non a caso “sette degli 8 enti comunali sciolti, nel semestre, per infiltrazioni mafiose, sono calabresi, di cui due in provincia di Reggio Calabria”.

D’altra parte, la tendenza della ‘ndrangheta a replicare, oltre regione, gli assetti organizzativi interni alle cosche, si manifesta anche all’estero: si pensi, ad esempio, alle “strutture intermedie” presenti tra la Liguria e la Costa Azzurra, oltre che alle ormai storiche presenze in Canada, Australia e Germania.
“L’espansione in altri territori – sottolinea la Relazione – avviene, per lo più, privilegiando aree dove, da tempo, si sono trasferiti soggetti fiduciari delle cosche, che mascherano i loro reali interessi attraverso la gestione di attività economiche apparentemente legali. I principali locali di ‘ndrangheta hanno compiuto un vero e proprio salto di qualità cogliendo le opportunità offerte dalla globalizzazione dei mercati, dall’abbattimento dei confini e dalle innovazioni tecnologiche”. Altro importante indicatore della presenza della ‘ndrangheta all’estero sono gli arresti di latitanti di elevata caratura criminale, molti dei quali narcotrafficanti fiduciari per conto delle cosche: proprio in relazione al traffico di stupefacenti, “è ormai consolidato il ruolo di primo piano che la ‘ndrangheta riveste nel panorama mondiale, in quanto in grado di trattare direttamente con i narcos colombiani e messicani e tanto da rendersi principale interlocutrice, anche per altri gruppi criminali, sui mercati italiani ed internazionali, tra cui quelli di Belgio, Olanda, Svizzera e Spagna”.

Le 55 denunce per “scambio elettorale politico-mafioso” registrate nel 2017 “testimoniano il permanere di un pericolo latente nell’ambito delle amministrazioni pubbliche, che nel prossimo futuro potrebbe tradursi in nuovi casi di scioglimento di enti locali”. A sottolinearlo è sempre l’ultima Relazione semestrale della Direzione investigativa, in cui si ricorda che “la partita si gioca, oggi più che mai, su più fronti, con il concetto allargato di ‘altra utilità da tenere sotto costante attenzione investigativa, perché coinvolge la promessa di altri comportamenti indebiti e vantaggiosi per il clan, come l’assegnazione di appalti o l’assunzione di lavoratori. Condotte che, specie nel caso dell’assegnazione degli appalti, si rivolgono alle commesse non solo più redditizie, ma che allo stesso tempo determinano effetti sul piano sociale, sia in termini di consenso per le cosche, sia in termini di benessere per la collettività. Acquisire il controllo dello smaltimento dei rifiuti consente, infatti, oltre a lauti guadagni, di avere una capillarità ‘porta a porta’ della presenza criminale, cui poter far leva anche generando artatamente disagi con la mancata raccolta”. Nel 2017 ben dodici dei 21 comuni sciolti per infiltrazione mafiosa (il 57%) si trovano in Calabria, gli altri in Campania (4), Sicilia (2), Puglia (2) e Liguria (1). “Un impatto non occasionale”, osserva la Dia, visto che nel periodo compreso tra il 2010 e il 2017 i comuni calabresi sciolti per infiltrazioni mafiose (49) rappresentano il 52% del totale (94), mentre quelli campani (18) e siciliani (18) si attestano entrambi al 19%.

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