“Rientri controllati dei calabresi dal Nord nella fase due”

“Ho letto gli appelli che le hanno rivolto due nostri giovani concittadini che vivono al nord, Claudia Greco, insegnante part-time e Stefano Morelli, operatore nel mondo dell’arte. Non posso che associarmi al loro pensiero per il semplice fatto che le loro parole non rappresentano un caso personale, ma sono sintomatiche di una situazione ampiamente diffusa”.

Lo ha detto, rivolgendosi alla presidente Santelli, il presidente del Consiglio comunale di Catanzaro Marco Polimeni.

“Non sappiamo quanto durerà la cosiddetta “fase due”: potrebbe durare anche mesi. Dunque, in attesa di un prossimo, e si spera sempre più vicino, progressivo ritorno alla normalità, non porsi il problema di come fare rientrare i nostri corregionali, in sicurezza e senza escamotage, sarebbe un atteggiamento ignorante e istituzionalmente sprovveduto. Ciò dovrebbe avvenire, in una prima fase, quantomeno per quei alcuni casi limite. Tanto per citarne un paio: coloro che si trovano fuori sede e hanno perso il lavoro a causa dell’epidemia; studenti fuori sede che, avendo i loro atenei chiusi, non possono permettersi a causa di difficoltà economiche di sobbarcarsi ulteriori spese anche durante un lungo periodo come quello estivo”.

“Nei mesi scorsi – ha aggiunto Polimeni – sono rientrate decine di migliaia di persone, giovani studenti universitari e lavoratori dal nord. Non nascondiamoci dietro un dito: molti di loro, noncuranti della grave situazione emergenziale, lo hanno fatto in modo clandestino. La chiusura delle università e della maggioranza delle aziende ha aperto le porte al fenomeno dell’emigrazione di ritorno che, fortunatamente, sembra non aver inciso più di tanto sulla diffusione del coronavirus nel meridione.

La domanda che in tanti si stanno ponendo in questi giorni, tuttavia, è legittima: una volta che riapriranno le imprese, e che la gente dovrà tornare al nord per riprendere posto a lavoro, che succederà a giugno, luglio, agosto, quando quegli stessi lavoratori vorranno giustamente trascorrere le proprie due settimane di ferie nella loro terra? E che succederà da qui alle prossime due, tre o quattro settimane, quando magari un bel po’ di calabresi, finora rimasti al nord, vorranno legittimamente tornare dai propri familiari? Anch’io sono stato tra coloro che, nel momento di maggiore rischio ha chiesto serrati controlli ai “confini” regionali, ma ora bisogna porsi il problema e proporre soluzioni. Bisogna rispettare e tutelare tutti coloro che hanno dimostrato senso civico e non hanno inteso fare i furbetti”.

“Per dare un senso a queste parole e a queste riflessioni – ha spiegato Polimeni – lancio allora un’idea, un punto da cui partire che la Regione Calabria potrebbe considerare: consentiamo nella “fase due” ritorni controllati. Ciò non significherebbe un “liberi tutti” e non consentirebbe in ogni caso i grandi esodi di massa che solitamente avvengono alla vigilia della stagione estiva. Mi spiego meglio: si potrebbero presidiare aeroporti, stazioni, autostazioni e svincoli autostradali insediando dei veri e propri check point obbligatori per tutti, all’interno dei quali verrebbe effettuato controllo della temperatura e test sierologico (costa meno dei tamponi ed offre risposte in 15 minuti). Dopodiché, fermo restando l’obbligo di quarantena per tutti coloro che rientrano in Calabria, si traccerebbero percorsi diversi ovviamente in base agli esiti dei test”.

“La Regione pensi a questo punto alla possibilità di creare strutture momentanee per le due settimane di quarantena, dove far trascorrere quei giorni ai calabresi che rientrano dalle altre regioni e non hanno altre possibilità di isolamento. Ci sono tante strutture ricettive, al momento chiuse, che rischiano di rimanere vuote per mesi. Supportarle, creando al loro interno dei veri e propri centri di quarantena, sarebbe anche un bel modo per aiutare un settore centrale per la nostra economia. Altrimenti, qualora questa prima ipotesi fosse irrealizzabile, la Regione dovrebbe individuare modi e forme per sostenere economicamente tutti quei calabresi costretti a rimanere al nord nonostante l’assenza di lavoro”.