Riflessioni su Lo scalpello della Fede

 Mi sbrigo subito dall’obbligo morale di prendere a pesci in faccia i pochi che, pur avendone il dovere, hanno inventato scuse per non esserci; e ringrazino i loro strambi dei che io, pollo come sono, continuo a far loro favori gratis. L’assenza di certe persone non è solo un atto di scortesia nei miei confronti; è la dimostrazione della piccineria di un ceto borghese calabrese che si muove solo se ha qualche interesse o di immagine o di altro. Ed è anche per questa grettezza di mentalità, che la Calabria è l’ultima d’Europa.

 Ciò scritto, perché non potevo non scriverlo, la chiesa di Soverato Superiore era zeppa in misura preoccupante!!! E ringrazio i tantissimi presenti, anche la dimostrazione di intelligenza e cultura. E, come in tante altre occasioni, lode a mons. Giorgio Pascolo per la sua colta disponibilità.

 Già, la cultura, che per qualcuno è solo professionalità, titolo di studio per buscarsi il companatico; e invece tantissima gente non puzza sotto il naso e non laureata e non nobbbbbbile, ha mostrato di saper cogliere a pieno la poesia, la magia (così è stato detto), le emozioni che sono l’essenza del teatro. La cultura inizia quando si avverte la curiosità di cose nuove, di partecipazione emotiva, di squisita libertà spirituale. Evviva il popolo.

 Il dramma (di U. N.) ha rappresentato una parte importante della storia soveratese: la fondazione del convento della Pietà per mano di Francesco Marini da Zumpano; e l’arrivo della scultura del Gagini. Siamo dunque nel 1521.

 Attenti: quando si rappresenta un dramma storico, è sempre latente il rischio della pedanteria libresca; ma il teatro è “il falso che è più vero del vero”, e commistione di verità e immaginazione. Ed ecco, accanto allo Zumpano (Gregorio Cutruzzolà) e al Martirano (Giuseppe Cilurzo), figure storiche; i personaggi fantastici: Assunta (Miriam Cilurzo), solida e saggia popolana; Satana (Francesco Tropea); Atastala (Emilia Vatrella), astuta e ambigua maga; il narratore, che è anche l’organizzatore, Antonio Chiaravalloti.

 Sono tutte figure epiche, senza i piagnistei cari a certa subcultura calabrese noiosissima e pagatissima e premiatissima, e che ingrassa diffondendo, come se non ce ne fosse già abbastanza, la depressione; e il linguaggio del dramma è un punto ottimo di solennità e contemporaneità.

 Con una formula di sicuro successo, e già sperimentata con La Pasqua delle donne, del 2018, il lavoro si è integrato con il Coro diretto da Anna Tropea e accompagnato da Rossella Galati. Brani alti per parole e musica (Antonio Mellace) e canto hanno contribuito in modo sostanziale alle emozioni della recitazione. Né vanno dimenticati i sapienti giochi di luci, necessari alle dinamiche del dramma, di Gregorio Mirarchi e Chiara Nocita.

 Ah, un piccolo particolare: il tutto a costo zero, espressione da prendere alla lettera. Ovvero, la cultura inizia quando uno smette di chiedersi se ci guadagna qualcosa! Noi, niente.

 Ci è stata chiesta una replica, e la faremo, ormai dopo Pasqua. Gli intellettuali e aristocratici di cui sopra, sicuramente assenti anche alla replica, hanno perciò almeno una ventina di giorni per studiarsi una fandonia giustificativa del tipo: Stavo per venire, quando ha bussato alla porta un canguro con mio cugino dall’Australia… Ne ho sentite, credetemi, di queste e altre bufale. La più ridicola è Se me l’avessi detto prima…

 Ragazzi, evviva il popolo!

Ulderico Nisticò