Un giudice lascia di fatto libero un matto, che accoltella una donna; quel giudice dichiara di aver applicato la legge. Ebbene, e per strano che a qualche lettore possa sembrare, quel giudice ha ragione; letteralmente, ha ragione.
Ha ragione non vuol dire che ha fatto bene, vuol dire solo che ha letto ed eseguito una legge, più le sue conseguenze e leggine e interpretazioni eccetera; e se non avesse applicato la legge, sarebbe in torto. Se questo ragionamento è convincente, allora è facile dedurre che la colpa non è tanto del giudice quanto della legge.
E se è ovvio che vadano riformati i giudici… e qui vorrei richiamare l’attenzione sull’esigenza di battersi seriamente per il referendum… ma prima di tutto va riformato il giure. E la colpa non è nemmeno del giure, ma di chi, da molti decenni, lo ha travolto e sconvolto e reso una babelica confusione.
“Si noctu furtum faxit, si im occisit, iure caesus esto”: con dieci parole, le Dodici Tavole così dispongono: se qualcuno subisce un’aggressione di notte, la sua difesa può spingersi legittimamente fino all’uccisione dell’aggressore; purché sia notte (a quei tempi, il buio, e nessuno sarebbe accorso in aiuto), e non certo obbligando a uccidere, se può agire diversamente.
Dieci parole; e invece tentate di leggere una chilometrica legge oggi in vigore; con riferimenti oscuri ad altre leggi a loro volta oscure e con riferimenti; e con interpretazioni sia da parte dei singoli magistrati sia da organi come la Cassazione, per non dire di vaghe corti internazionali.
Continuiamo con le dotte citazioni. Una la sanno tutti, “corruptissima re publica, plurimae leges”; mentre non a molti è nota la spiegazione: “non modo in commune sed in singulos latae quaestiones”; cioè, dice Tacito, si cominciò a legiferare su singoli casi, donde la frequentissima richiesta “ci vuole una legge” per ogni quisquilia; e qualcuno provvede a soddisfarla. Qual è la causa profonda? Ce lo spiega il Vico: “il vulgo per ogni particulare vuole una legge” proprio, spiega il grande filosofo, per incapacità del volgo di capire l’universale, il “commune”. Servono pochissime leggi e di valore universale.
Torniamo ai giudici. Alcuni sono davvero ideologizzati, e una persona ideologizzata non pensa, non dubita, non si pone domande; usa brutalmente l’ideologia, ne è meccanico schiavo. Perciò una tale persona è pericolosa, tanto più se giudice.
I più sono in preda a una selva di leggi e codicilli, e ci si mettono anche le fumosissime convenzioni internazionali eccetera.
Il cittadino ne fa le spese se incappa in una legge che lo inguaia; oppure se la scansa come il matto, che poi diventa assassino.
Assieme ai giudici, va riformata la giurisprudenza. Mancano però i giurisperiti.
Ulderico Nisticò