Riina e lo Stato

A 87 anni può morire anche un tranquillo ragioniere, tanto più se malato. Riina, stanotte passato a non sappiamo se migliore o peggiore vita, ragioniera era davvero, e aveva lavorato in tale settore; si era sposato in chiesa con trascrizione degli atti all’anagrafe municipale; e in questa aveva registrato i quattro figli. Sono certo che pagava le tasse. Il tutto mentre era latitante: latitante, dal latino latito, frequentativo di lateo, ovvero star nascosto; invece viaggiava in aereo e passeggiava per le strade.

Mentre il ragionier Riina viveva la sua indisturbata e paciosa esistenza, era anche il capo dei capi della mafia siciliana, e come tale responsabile di stragi eccetera, per le quali stava scontato ventisei (26) ergastoli. Sembra una comica, e invece è una storia italianissima, e veritiera fino all’ultima virgola.
Ricapitolando. La mafia siciliana, le cui origini affondano in secoli remotissimi, era una delle tanti componenti di quella specie di tacita confederazione che fu, dal 1282 al 1812, il Regno di Sicilia, intesa come isola: ne facevano parte il re, indigeno o straniero che fosse; i grandi feudatari; i grandi ecclesiastici; i patrizi delle città, alcune quasi indipendenti come, fino al 1679, Messina; e organizzazioni come la mafia. Nessuno di questi potentati faceva niente contro un altro, e non ne aveva interesse: stavano tutti bene così, mafia inclusa. Del resto era una povera mafia, di campieri, taglieggiatori, bravi da strapazzo dei baroni.

Come funzionassero le cose, leggete il Gattopardo. Calogero Sedara, passando dal paesello al potere economico e politico, aveva sposato la bellissima e rozzissima figlia di un tale tanto squallido da essere (“scusate, Eccellenza”, bela Tumeo), chiamato Peppe Merda. Un giorno trovarono lo Sterco “con dodici lupare nella schiena”. Lo aveva fatto uccidere Sedara? Ma no: lo aveva ucciso la mafia per fare un favore anonimo a Sedara, che poi, eletto deputato del Regno d’Italia, avrebbe anonimamente ricambiato: tacitamente. È quello che oggi definiamo la zona grigia, in cui la mafia fa la parte violenta di un gioco non meno, anzi più sporco, ma di gente che non usa armi e non mangia la capra e non giura per santi mafiosi e figure immaginarie.
Così andavano le cose in Sicilia prima del 1861, e continuarono tranquillamente fino al 1922, quando Mussolini inviò, con pieni poteri reali ed effettuali, Cesare Mori, che in pochi anni sgominò la mafia. Alcuni capi vennero uccisi, i più finirono al confino sotto strettissima sorveglianza, altri fuggirono in America. Dall’America tornarono quando l’isola venne occupata dagli Angloamericani, e, promossi a perseguitati dal fascismo, ripresero senza difficoltà il potere. La Sicilia, intanto, tornava come ai bei tempi che furono: una confederazione di potentati. Uno di questi potentati erano lo Stato, che, con un’inefficienza troppo sospetta per non essere voluta, lasciò campare e prosperare la mafia. La quale trovò sulla strada una folla di Calogero Sedara per scambiarsi taciti favori.
Del resto, tutta l’Italia versava nel disordine più vasto: terroristi a spasso e assassini; treni e poste con ritardi epocali; economia nel disastro…

Negli anni 1980 avviene un misterioso cambiamento nella storia italiana recente, probabilmente per interventi internazionali. Uno di questi effetti, i tentativi di combattere quella mafia che lo stesso Stato aveva tanto lasciato crescere. Il Mori del 1982 fu Della Chiesa, che, appena arrivato a Palermo, venne misteriosamente ucciso. Non meno oscuri sono gli assassini di Falcone e Borsellino.
In qualche modo, però, l’operazione andò a un certo buon fine, e qualche latitante a spasso finì incarcerato.
Si fece uso di quello che, con semantica moralistica e fuorviante, si chiamò pentimento; e che produsse però qualche effetto.

La stagione delle stragi e degli attentati anche fuori della Sicilia, e della vera o presunta o mezzo presunta e mezzo vera trattativa, poteva essere raccontata da Riina o altri, ormai tutti morti. Morti anche, o morenti, i politicanti. Quando ne sapremo… o ne sapranno i posteri, non gliene importerà niente a nessuno.
Riina del resto non si era mai pentito, ed è morto come visse.
In mezzo a tutto questo, una manica di disgraziati di paesello, la ndrangheta calabrese, ne approfittava per diventare la più potente organizzazione criminale del mondo. Prima i sequestri di persona, poi gli investimenti in droga. Congratulazioni.

Ulderico Nisticò

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