Sanità in Calabria: Quei voli della speranza che sanno di sconfitta


La denuncia di un lettore riaccende il faro sul divario tra Nord e Sud: tra l’efficienza dei trasporti d’urgenza e il fallimento strutturale della medicina territoriale.

​C’è un’immagine che, con inquietante frequenza, attraversa i cieli della nostra penisola: un velivolo dell’Aeronautica Militare che decolla d’urgenza da Lamezia Terme o Reggio Calabria diretto verso gli hub d’eccellenza del Nord.

A bordo, spesso, ci sono neonati in pericolo di vita o pazienti critici. Notizie che solitamente vengono battute dalle agenzie con un tono che oscilla tra il sollievo e l’elogio all’efficienza della macchina dei soccorsi.

​Ma c’è chi, davanti a questo “orgoglio del soccorso”, non riesce a sorridere. È il caso di un nostro lettore, Giuseppe Gualtieri., che in una lettera densa di amarezza ci costringe a guardare l’altra faccia della medaglia: quella di una terra dove la sopravvivenza sembra essere diventata una questione di latitudine.

​L’efficienza che maschera il vuoto
​”Sono naturalmente contento se qualche calabrese riesce a sfuggire al suo destino infausto”, scrive Gualtieri, “ma mi domando come possiamo dare queste notizie quasi con orgoglio e non provare vergogna per la situazione della sanità calabrese”.

​Il punto sollevato è centrale e doloroso. Il “volo della speranza” è, per definizione, la prova tangibile di un fallimento locale. Se un cittadino deve essere trasferito a mille chilometri di distanza per esercitare il proprio diritto alla salute, significa che in quel territorio quel diritto è sospeso, o peggio, inesistente. Vantarsi della velocità del trasferimento è come lodare la rapidità di un’ambulanza che corre perché l’ospedale più vicino è stato chiuso.

​Due Italie, un solo destino (negato)
​La rabbia di Gualtieri punta il dito contro un sistema che, nonostante l’avvicendarsi di presidenti di Regione e commissari straordinari, sembra immobile. La Calabria resta intrappolata in un paradosso:

​Da un lato: la narrazione dell’eccellenza logistica e dei protocolli d’emergenza.

​Dall’altro: la realtà quotidiana di reparti svuotati, carenza di specialisti e tecnologie obsolete.

​”Cambiano i nomi, ma nulla cambia per il destino dei calabresi”, incalza il nostro lettore. È il racconto delle “due Italie”: una dove la cura è un servizio di prossimità e l’altra dove la cura è un viaggio, spesso disperato, verso l’ignoto.

​Il dovere della vergogna
​L’invito finale del lettore è brutale nella sua semplicità: “Invece di vantarsi, vergognatevi”. È un appello alla politica e alle istituzioni affinché smettano di considerare l’emergenza come la norma. La vera notizia da festeggiare non dovrebbe essere il successo di un volo sanitario, ma il giorno in cui quel volo non sarà più necessario perché un calabrese potrà essere salvato a casa sua.

​Fino ad allora, ogni decollo rimarrà quello che è: un atto di solidarietà nazionale che però conferma, amaramente, una cittadinanza di serie B.