Scolarizzazione e cultura

In Italia, come tutti sanno, la scolarizzazione è totale; obbligatoria fino a 16 anni, ma estesa di fatto alle superiori; e alto è il numero degli universitari. Se fosse vero che scuola è sinonimo di cultura, l’Italia dovrebbe brulicare di Danti e Petrarchi e Tommasi Campanelli e Foscoli, eccetera, roba di cui non si vede all’orizzonte nemmeno la più pallida ombra.

Del resto, non è colpa della scuola, ma di chi le attribuisce un compito che non è suo, cioè la cultura; la scuola, infatti, ha come finalità l’istruzione; e infatti ci riesce bene nelle materie scientifiche, nelle quali non si può barare, e si vedrebbe benissimo se il professore è asino. La cultura inizia quando si vola alto; e quando si dubita, sotto la guida di professori intelligenti, del libro di testo e di qualsiasi altra cosa dubitabile.

Un esempio zoologico. Quando il Leopardi, nel sublime Canto notturno dice che l’animale “ogni estremo dolor subito scorda”, è palese che non aveva mai avuto a che fare con un cane. Il professore deve insegnare il sublime del Canto, e con esso spiegare l’esistenzialismo eccetera; però far notare che Giacomo ha scritto una sciocchezza cartesiana; di cui, fuggevolmente, si corregge nelle Operette. Anche l’Alighieri si augura, anzi profetizza la distruzione di Firenze, che invece sta lì benissimo e campa di turismo.

Dunque io mi piango i guai miei, quelli delle materie letterarie e storico-filosofiche, dell’ignoranza delle quali ogni giornale e ogni tv danno frequente prova. Ignoranza nel senso che ignorano Dante, tranne Paolo & Francesca e Ulisse; e il Leopardi interessa solo in quanto, secondo qualche elucubrazione, “socialista”… oggi non si sa, forse PD.

L’ignoranza, però, non è non studiare Dante, lacuna che uno può colmare da solo con una buona edizione commentata; è che la scuola trasmette l’idea sbagliata secondo cui il poeta è per forza malato, pacifista, suicida e non batte un chiodo: perciò d’Annunzio non è un poeta; e nemmeno Dante, che combatté a Campaldino e Caprona, e se ne vanta.

La storia “è storia della lotta di classe”, quindi niente Carlo Magno, ma solo piagnistei sui rapporti di proprietà nel Medioevo… che è già una sciocchezza, essendo solo possesso, ma sorvoliamo. L’effetto della storia della lotta di classe è inevitabilmente una noia spaventosa. Storia recente? Professori privatamente neofascisti insegnano, libro di testo alla mano, l’antifascismo, però si dimenticano di collocare il fatto tra il 1919 e il 1945: sarebbe “nozionismo”, non sia mai! I ragazzi, bestioline ancora istintuali e intuitive, capiscono benissimo che il professore sta mentendo; imparano a memoria idee di sinistra per l’interrogazione… e poi votano Lega o Fratelli d’Italia. Non solo ignoranza, dunque, ma confusione mentale.

Passiamo alle altre sedicenti agenzie educative. La Chiesa non insegna più né Bibbia né Catechismo; il cinema italiano evita la storia e qualsiasi tematica alta e nobile: solo piagnistei; la tv, sceneggiati (orrendamente, fiction) con attorucoli bellini incapaci e un solo argomento; mi ami, non mi ami, come la margherita. La poesia, la prosa, lacrimatoi e depressione da premio letterario ben pasciuto.
Serve, urge, una violentissima reazione. I poeti devono comporre poesie, non andare a capo arbitrariamente ogni tanto in mediocre linguaggio; il teatro deve trasmettere emozioni e non predicozzi politicamente corretti; il cinema deve tornare “movimento”; e lettori e pubblico vanno liberati dalla cappa di ossessione e singhiozzi cui vengono sottoposti finora, e qualche disgraziato di critico dice che così va bene.

Come mi viene, di scrivere queste righe? Perché quando rappresento i Normanni e le loro passioni e le loro guerre, il pubblico si emoziona e mi chiede la replica. E tutto questo, senza un soldo, alla buona, con quattro matti di amici. Cosa non farei, se i pubblici poteri dessero una mano alla cultura vera.
Per esempio, la Magna Grecia, di cui tutti si riempiono la bocca, e nessuno ne sa un accidenti. Ma a chi glielo vado a raccontare? Continuo come faccio, con quattro amici.

Ulderico Nisticò