Separazione delle carriere o fumo negli occhi? Il dubbio di un cittadino


Non è mia abitudine pronunciarmi su problematiche tecnico-giuridiche che non conosco, lasciando volentieri il campo agli esperti, ma mi limito ad alcune considerazioni di buon senso.

Premetto che non ritengo i magistrati infallibili: in certi casi hanno abusato del loro potere e di quella discrezionalità che leggi volutamente interpretabili consentono loro.

Le mie riflessioni sono molto succinte. Innanzitutto: perché tanta urgenza di legiferare sulla separazione delle carriere e non sul funzionamento di una giustizia dai tempi infiniti e quasi biblici? Il povero cittadino che si imbatte, anche involontariamente, nelle maglie del sistema non ne esce se non dopo lunghissimi anni.

Il problema vero non è la carriera del giudice, ma la cronica carenza di magistrati e il fatto che i tribunali siano privi dei supporti tecnologici minimi necessari. In qualsiasi settore tecnico, se mancano strumenti e organico, non esiste riforma organizzativa che possa funzionare: è discutibile voler cambiare l’architettura costituzionale quando mancano i “bulloni” per far girare la macchina.

Viene da pensare che tanta insistenza e solerzia nel cambiare la legge nasconda altro, come il desiderio di un controllo politico sui giudici. Questa riforma sembra fare pendant con l’abolizione dell’abuso d’ufficio, una mossa che strizza l’occhio ai politici e ai cosiddetti “colletti bianchi”, riducendo i rischi legali per chi gestisce il potere.

In questo senso, trovo condivisibili le perplessità di Nicola Gratteri: se il passaggio di funzioni riguarda solo lo 0,2% dei magistrati, l’urgenza di stravolgere la Costituzione sembra avere scopi diversi dall’efficienza.

Pochi si soffermano poi sui costi: due Consigli Superiori e un terzo organo (l’Alta Corte). Già la manutenzione del Palazzo della Consulta, con i suoi preziosi tesori e con scelte non sempre all’insegna del risparmio — come la realizzazione di una sala riunioni con vista sul “Cupolone” anziché una interna — ha costi altissimi. Mentre si spendono milioni per nuovi vertici burocratici o per opere inutili, la giustizia quotidiana soffre per la scarsità di risorse elementari.

Infine, assistiamo alla solita “caciara” politica. Invece di discutere nel merito, il dibattito è scaduto in uno scontro tra istituzioni, tra minacce di test psicoattitudinali e polemiche feroci in seguito alle dichiarazioni del procuratore Gratteri.

Tutto questo clamore mediatico non aiuta il cittadino a capire, ma lo lascia confuso, distogliendo l’attenzione dai veri problemi dell’efficienza.

Una giustizia non uguale per tutti, che penalizza la gente comune e applica i cavilli per i centri di potere. Osservando da lontano l’efficienza di altre nazioni, la nostra confusione sui nuovi palazzi romani sembra proprio ciò che è: fumo negli occhi per chi aspetta giustizia.

Nicola Iozzo